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Cronaca | 15 maggio 2024, 12:51

Baby gang dà la caccia alla capotreno in stazione a Mondovì "per fargliela pagare"

Ad essere accusati di minacce sono due fratelli italiani di 20 e 21 anni. I ragazzi, per vendicare l'amico che era stato denunciato dalla donna, l'avrebbero più volte cercata mostrando la sua foto ai colleghi

Immagine di repertorio

Immagine di repertorio

Era stato ripreso dalla controllora di Trenitalia perché, in piena emergenza Covid, non indossava la mascherina e non aveva il biglietto. Fatto scendere dal treno fermo a Lesegno il giovane, minorenne, poi processato di fronte al Tribunale per i minori di Torino, la minacciò di morte. Da quel momento, per la ragazza, non ci fu più pace, perchè la "baby gang” di cui il ragazzino faceva parte, avrebbe iniziato a cercarla per “fargliela pagare” e  “vendicarsi”.

I “giustizieri” sono due fratelli italiani di 21 e 22 anni, S.R. e F.R. che, accusati di minaccia aggravata e interruzione di pubblico servizio in tribunale a Cuneo, nei giorni scorsi sono stati destinatari di una misura di aggravamento di sorveglianza Speciale di Pubblica Sicurezza con obbligo di soggiorno nel Comune di residenza per la durata di tre anni, per via delle numerose violazione del Daspo urbano emesso dal Questore.

Alla lunga lista di condanne che compaiono sul “curriculum” dei ventenni, ora deve aggiungersi anche il processo penale dove sono costituiti parti civili la capotreno e Trenitalia. I due fratelli erano riusciti a risalire all’identità della vittima attraverso una fotografia estrapolata dai social e, decisi a portare avanti la vendetta del loro amico, avrebbero bazzicato più volte tra le stazioni di Mondovì e Fossano per chiedere a capotreni e controllori se la conoscessero.

Sono due, infatti, gi episodi contestati: il primo risale al 24 settembre 2022 alla stazione di Mondovì, quando intorno alle 17,20 i due fratelli si sarebbero avvicinati al finestrino da cui si era sporto il macchinista, che, presente in aula, attendeva l’autorizzazione per far partire il treno: “Erano tre giovani e uno di loro era soprannominato 'il molleggato' - ha riferito -. Si sono avvicinati e S.R. mi ha detto 'stai attento, se non ci fai salire ti aspettiamo qua'. Il fratello non ha parlato. Ero spaventato perché sapevo dei numerosi disagi che stavano creando e io quella sera sarei dovuto tornare lì”.

La stessa sera, infatti, intorno alle 21.20 , il “branco” era in stazione ad attendere l’arrivo del treno. “Con me c’era anche il capotreno ad assistere alla scena – ha continuato il macchinista -. Abbiamo preferito chiudere tutte le porte di servizio viaggiatori prima di Mondovì, invitando i passeggeri che dovevano scendere a farlo dalla prima parte. All’arrivo S.R. mi ha mostrato la foto della collega chiedendomi se la conoscessi. Mi chiese anche su quali linee lavorasse e che la stava cercando per via di una querela. Non mi lasciavano chiudere la porta e F.R., dopo aver azionato la maniglia di emergenze del convoglio, aveva messo i piedi per impedirmi di chiudere la porta”. Dopo una decina di minuti, finalmente la partenza.

Qualche giorno dopo, poi, il 28 settembre, il prosieguo della “caccia all’uomo”. A raccontarlo una collega della vittima: “Ero in servizio sul treno di Mondovì - ha riferito in aula - quando tre ragazzi si sono avvicinati al binario e mi hanno chiesto un messaggio. Lei mi aveva detto di avere una paura folle e che sapeva che la stavano cercando”.

Un senso di timore e sgomento condiviso anche da altri colleghi della controllora: “Se mi aveste chiesto due anni se avevo paura avrei detto sì – ha confermato una capostazione –. Avevo anche paura di tornare a casa perché più volte sono stata minacciata e insultata. Sapevano dove abitavo. Erano un gruppo e S.R. c’era sempre”.

Ad ottobre si ascolteranno altri testimoni. 

CharB.

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