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Farinél | 26 aprile 2026, 11:55

Farinél/ "Perduto è tutto il tempo che in amar non si spende"

Il 25 aprile è la festa di tutti gli italiani e non di qualcuno o di qualche fazione

Farinél/ "Perduto è tutto il tempo che in amar non si spende"

Immancabili come ogni 25 aprile sono arrivate le polemiche su questa ricorrenza, definita da molti, troppi, come una festa divisiva.

Può essere divisiva una ricorrenza che celebra la Liberazione da un regime nazi-fascista? Sì, ma bisogna essere nazisti o fascisti, altrimenti non si spiega cosa possa esserci di divisivo.

“Eh ma i partigiani ne hanno combinate di cotte e di crude anche loro”, è una delle classiche obiezioni. 

Certo, ma è insito nella natura umana e purtroppo ci sono persone meschine e cattive anche quando si sta dalla parte giusta di un conflitto.

Una parte dei partigiani (scusate il gioco di parole), non era sicuramente farina da fare le ostie, come si suol dire, ed è giusto dirlo e sottolinearlo, ma non vi è dubbio che fossero dalla parte giusta della barricata, da quella che ci ha portato verso la democrazia. Verso il suffragio universale, verso la Costituzione più bella del mondo, verso la Repubblica, per realizzare un’Italia libera e liberata all’interno di un’Europa libera e liberata.

La Resistenza e la Liberazione non hanno colori, i partigiani al loro interno avevano anime liberali, cattoliche, laiche, democratiche. Sarebbe stato sicuramente un partigiano fervente uno dei più grandi giornalisti e politici del Novecento in Europa Piero Gobetti, un liberale, un uomo di centro destra, morto in seguito alle percosse infami dei fascisti.

Un nome tra tanti per ricordarci che la Resistenza è la nostra Resistenza, la Liberazione è la nostra Liberazione, di tutti gli italiani, nessuno escluso. Persino chi oggi fa capolino per definirsi fascista, lo può fare perché questo paese è stato liberato e perché esiste la possibilità di esprimere liberamente le proprie idee.

Ma ha ancora senso oggi definirsi partigiani?
Non lo so, ma ha senso esserlo, provare ad essere ogni giorno un Partigiano resistente.

Mi sento Partigiano nel fare questa professione in modo serio e libero, esponendomi alle critiche o alle contestazioni ogni volta che esprimo un mio pensiero con una firma in fondo, in un’epoca di pareri espressi in modo anonimo.
Mi sento Partigiano ogni volta che cerco di resistere alla cattiveria e al vomito che gira sui social. 
Mi sento Partigiano tutte le volte che mi oppongo a un’ingiustizia.
Mi sento Partigiano quando sento addosso le sofferenze delle altre persone.
Mi sono sentito Partigiano questa settimana piangendo per la morte di Anas, un uomo solo, sconfitto dalla vita, un ultimo tra gli ultimi che ci ha ricordato che l’isola felice rischia di rimanere solo un’isola se ci si dimentica di chi soffre.
Mi sento partigiano ogni volta che mi distinguo dal pensiero comune, ogni volta che prendo le distanze quando in gruppo si sessualizza una donna, invece di fare finta di niente. Fare finta di niente è uno dei mali della nostra epoca. 
Mi sento partigiano soprattutto quando faccio qualcosa per gli altri. 

Questa settimana ho visto spuntare nelle nostre città un cartellone pubblicitario del Csv, il Centro servizi per il volontariato.
La scritta “Non sei migliore degli altri se fai volontariato. Sei migliore di prima”, è una frase che ripeto spesso perché penso che fare del bene agli altri sia fare del bene a sé stessi, prima di tutto. 

Il senso di essere Partigiani oggi è questo, in un momento storico in cui siamo assuefatti alla morte e alla distruzione, in cui ci sembra inevitabile lo sterminio scientifico di un popolo, l’unica risposta possibile è Resistere, “E’ cercare e saper riconoscere ciò che in mezzo all’inferno non è inferno e costruire e dargli spazio", come scrisse Italo Calvino.

W i Resistenti, W i Partigiani.


 

Marcello Pasquero

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