SULLA COSTITUZIONE, SUI METODI E SUL SILENZIO DEI PIU’
Com’è noto, la nostra fondamentale e copiatissima Carta Costituzionale nasce dopo la seconda guerra mondiale e la Resistenza Partigiana che portò migliaia di giovani a perdere la propria vita per liberare l’Italia dal nazifascismo. Essa è frutto di una lunga e meditata mediazione tra quelli che erano gli attori politici presenti al tempo, uniti da un solo forte desiderio: trasformare il nostro paese in una nazione libera, democratica e moderna scongiurando anche solo il rischio di ricadere in un regime totalitario e liberticida come quello da cui si era appena usciti.
Nel tempo la Carta ha subìto numerosi ritocchi dovuti ad aggiornamenti di dettaglio che via via si sono resi necessari con l’evoluzione stessa della società italiana e delle sue esigenze, sempre rimanendo nell’alveo dei principi fondamentali (i quali sono peraltro formalmente immodificabili).
Si è dovuto arrivare al 2012 perché questo concetto di modifica in base ad esigenze interne trovasse la sua prima, micidiale eccezione: con votazione a maggioranza qualificata, dunque senza la possibilità di ricorrere a referendum popolare confermativo, il Parlamento di nominati della legislatura 2008-2013 ha ubbidito supinamente ai dettami dell’Unione Europea stabilendo il pareggio di bilancio in Costituzione, locuzione morbida per definire un’imposizione eterodiretta alla cancellazione de facto della possibilità di costruzione di politiche sociali efficienti, solidali e eque.
E oggi, forte dello riuscito tentativo di sovvertimento indiretto dei principi fondamentali della Carta, la nuova legislatura di nominati prende coraggio e, complice buona parte dei media (silenziati e/o conniventi) sostanzialmente si autoproclama nientepopodimeno che “assemblea costituente onnipotente”. E in questa veste si inventa nuovi organi, deroga alle tempistiche di modifica costituzionale, pretende di interpretare strumentalmente la priorità di cinquanta milioni di cittadini ed infine – sfacciata beffa oltre al danno imminente - simula la propria volontà di consultarsi con la base. Una possibilità, quest’ultima, apprezzabile sulla carta, ma vergognosamente inconsistente dal momento che la storia recente d’Italia ci consegna buona parte degli esiti referendari inattuati e tutte le proposte legislative popolari ignorate tout court.
E rispetto a tutto questo, che cosa fa l’altisonante “Comitato cuneese in difesa della Costituzione nata dalla Resistenza”, che si erge a paladino dei principi fondanti, se non tenta nemmeno una timida difesa del suo risultato più alto e autorevole, come la Carta fondamentale, citata – a questo punto forse a sproposito? – nella sua denominazione? Che cosa dice il Sindaco pro-tempore di un città medaglia d’oro, nel cui Municipio ha sede proprio il fantomatico Comitato, se non allarmarsi occasionalmente per l’insufficienza di risorse nei vari settori, senza apparentemente rendersi conto che “il problema sta nel manico”? Nei confronti di un’arroganza governativa così devastante nei suoi intenti, autorevoli preti partigiani sono sicuri di potersi limitare a qualche cruccio accompagnato, al solito, dall’apologia di nitidi aneddoti di settant’anni orsono? E infine come pensano di comportarsi giovani e rette rappresentanti parlamentari che hanno fatto delle loro militanze nell’Associazione Partigiani motivo di vanto e (forse) fonte di bacino elettorale, rispetto al pericolo in atto ed ai metodi inopportuni di stravolgimento dei principi civili su cui si basa la società italiana, piemontese e cuneese?
Il dibattito è aperto e – io credo – urgente.
Intanto, per non sapere né leggere né scrivere un pugno di volenterosi cuneesi ha formato un piccolo quanto variegato nucleo di cittadini attivi e consapevoli a difesa della bistrattata e vituperata Carta, nel perfetto spirito Gandhiano dell’insignificanza quanto essenziale importanza delle proprie azioni, soprattutto visto l’assordante silenzio di chi dovrebbe essere il naturale interprete dell’istanza!









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