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Attualità | 20 febbraio 2013, 11:59

Un paesaggio indifeso e pugnalato

Una lettrice ci scrive in merito al "particolare fenomeno che incide negativamente sul nostro paesaggio, [...] le recinzioni". Una ferita aperta nell'architettura del paesaggio nostrano.

Un paesaggio indifeso e pugnalato

Con la presente desidero portare all’attenzione dei lettori, degli Uffici tecnici,  Amministratori e  Commissioni  preposte all’edilizia, un particolare fenomeno che incide negativamente sul nostro paesaggio.

Si tratta delle recinzioni che, dopo le stravaganze kitch degli anni passati (ce n’è ancora per tutti i gusti), si sono ultimamente uniformate a un modello che consiste in un alto basamento cementizio sormontato da cancellate in ferro o rete metallica, con la comune caratteristica di una agghiacciante freddezza geometrica unita alla sostanziale inutilità pratica.

Nell’architettura tradizionale delle nostre campagne le abitazioni rurali, le cascine, per intenderci, non erano recintate: i recinti erano riservati semmai agli animali e agli orti. Gli umani non si recintavano e, se lo facevano, come nelle case-forti, era con muretti di pietra che incorporavano i fabbricati, la corte e a volte il frutteto.

Alcuni esempi sono tuttora visibili lungo la strada di valle Pesio verso Certosa e altri in territorio peveragnese potevano essere la cascina dell’Asilo a San Magno, la cascina Giordana a Provvidenza o la Bernardina a Santa Margherita, prima che ne sfasciassero i muretti di cinta.

La cosiddetta “ristrutturazione” dei fabbricati agricoli (spesso stravolti senza criterio e senza pietà) ha dato il via a una moda edilizia che prevede ora la recinzione di tutta una proprietà, cioè di un’area di solito piuttosto vasta che circonda la casa. La base di cemento della recinzione è sopraelevata di alcune spanne sul piano della campagna circostante anche quando non è di contenimento per il terreno interno artificialmente spianato.

L’utilità pratica di questo sopraelevamento cementizio è nulla, un vero sperpero quando per la stessa funzione basterebbero dei plinti o un cordolo raso terra, ma l’impatto visivo è di uno squallore mortificante: sciabolare con rasoiate cementizie alte anche un metro e spesso anche seghettate un paesaggio che ha una sua morbida dolcezza naturale e riposante è uno sfregio  violento, un peccato mortale.

A ben riflettere, la mancata considerazione del paesaggio che abbiamo avuto in sorte unita alla scarsa consapevolezza della dignità dell’architettura tradizionale appare anche evidente nei nuovi insediamenti dove le recinzioni attualmente di moda danno origine al curioso fenomeno delle “case in vaschetta”, come prodotti surgelati irrigiditi nel loro piccolo contenitore: minuscolo ritaglio dello spazio di cui potrebbero godere se progettisti e tecnici, costruttori e proprietari fossero più sensibili al paesaggio che li circonda e alle sue più ampie vedute.

Mi auguro che condividendo queste osservazioni ognuno faccia la sua parte con gli strumenti di cui dispone al fine di evitare sprechi di cemento nonché ulteriori pugnalate a quel che resta di un paesaggio ameno e indifeso.

R.V.

Peveragno, febbraio 2013 

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