All'inizio del 1947, dopo più di un anno di interventi su un settimanale satirico che portava il mio nome e che era dedicato alla città e, come dicono i francesi, a «les environs», chiudemmo bottega ed io me ne tornai sul mio piedistallo per continuare ad osservare immobile la piazza, via Roma, il Duomo, la torre civica. Mi sentivo stanco.
L'aria di rinnovamento del primo dopoguerra, quella voglia di fare, di pensare a un futuro migliore, di disegnare una società più democratica e giusta, s'era già affievolito. Riemergevano i carrieristi, i furbi, i politicanti. Passati più di sessantasei anni ho di nuovo voglia di sgranchirmi le gambe e la lingua e di dire la mia sulla città.
A cominciare da questa bella piazza Galimberti in cui sto sul piedistallo, per arrivare a toccarla tutta. Saranno di volta in volta gli avvenimenti di cronaca o amministrativi a muovere la mia penna, che cercherà di essere garbata ed ironica ma inflessibile.
(1. - continua)













