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Al Direttore | 07 febbraio 2018, 07:52

"Io, mamma fiera di aver iscritto mio figlio a una scuola professionale"

Riceviamo e pubblichiamo

"Io, mamma fiera di aver iscritto mio figlio a una scuola professionale"

Egregio Direttore,

ho virtualmente ricevuto, insieme a tutti i genitori dei ragazzi che in questi giorni stanno individuando la scuola superiore da frequentare, la lettera del Presidente di Confindustria Cuneo, Mauro Gola, con cui rappresenta alle famiglie le possibilità di impiego offerte dal settore secondario.

Con mio profondo stupore, attorno allo scritto di Gola, ho visto crescere e montare un caso mediatico notevole: ho letto e scaricato commenti di docenti, di esperti di dinamiche occupazionali, di politici, di mental coaches.

Non ho trovato ancora un’opinone di un genitore quindi, come si fa nei gruppi di mutuo aiuto, ecco la mia presentazione: 

- Buongiorno, sono Chiara, sono mamma, ho iscritto per il prossimo anno scolastico mio figlio a un istituto professionale e ne sono fiera.7

- Voglio innanzitutto esprimere un ringraziamento al  Presidente Gola che ha concretizzato tramite un contatto con le famiglie  quella sinergia scuola - lavoro di cui l'istituzione scolastica tanto si fa vanto ma che non ho mai visto operativa. Ho apprezzato le parole dei vertici di Confindustria Cuneo per la concretezza nel dettagliare possibili sbocchi lavorativi e soprattutto per quella bella nota  di speranza e di fiducia nei loro confronti che i giovani hanno tanto bisogno di percepire. In questo periodo mi sono personalmente resa conto della oggettiva difficolta’ di “orientare” i ragazzi perchè i nostri fantastici adolescenti sono dei terribili indecisi: non sanno più scegliere.

Mettete un adolescente davanti a due giochi della Play Station che desidera egualmente e ditegli di sceglierne solo uno: assisterete ad uno spettacolo di macerazione interiore che la manzoniana notte dell’Innominato sembrerà una serata al Billionaire.

Una delle domande che ogni quarantenne di oggi si è sentito rivolgere sicuramente nella sua infanzia è: “cosa vorrai fare da grande” e le riposte erano varie e colorate: calciatore, ballerina, astronauta o veterinario.Oggi non si rivolge più questa domanda ai bambini: forse noi genitori riteniamo che non debbano fare ciò che realmente desiderano  ma quello che noi vorremmo essi facessero?

Non domandando loro di immaginarsi in un futuro lavorativo, i nostri ragazzi non identificano  quello del lavoro come un traguardo obbligato della vita di un essere sociale. Il lavoro resta, purtroppo, per tanti giovanissimi e giovani "quella cosa" che fanno i loro genitori mentre loro studiano.

In questo contesto nasce la dicotomia “lavoro” contro “cultura” che sembrano diventare due momenti inconciliabili: eppure  la nostra bellissima Carta Costituzionale, cita per primo, tra i princìpi all’art. 1 il lavoro, definendolo il fondamento della forma repubblicana. La cultura, da promuovere, tutelare e difendere viene citata all’art. 9.Non ne faccio una questione di precedenza,  tuttavia - anche se il mondo cambia in fretta - il lavoro deve continuare a rappresentare  dignità, fiducia e senso per la vita di ognuno di noi.

Una piccola provocazione: se fosse stato il Presidente di Federalberghi a prospettare un importante  numero di posti di lavoro nell'ambito del turismo e ristorazione probabilmente la non proprio laureatissima Ministra Fedeli non avrebbe obiettato, anche se in fondo si trattava di lavori come camerieri, baristi, aiuti di cucina, cuochi. Curiosamente, oggi la tuta blu è meno attrattiva del torcione e della toque bianca. Chiudo rivolgendomi ai “colleghi” genitori: dobbiamo accettare noi per primi che non tutti i nostri figli appartengono alla categoria dei "cervelli": non tutti hanno i numeri per diventare dei liberi professionisti, dei manager e, nonostante ciò che vedo nel paese, nemmeno dei politici.Ma tutti possono imparare il senso del sacrificio, dell'impegno, della responsabilità.

Tutti devono diventare membri attivi di una società e, soprattutto, non rassegnarsi. Da mamma, preferisco di gran lunga immaginare che il mio ragazzone esca di casa in tuta ed assonnato per un inizio turno alle 6 piuttosto che figurarmelo tornare a casa alla stessa ora citandomi i filosofi ma sballato e disilluso. 

Grazie,

Chiara Griseri

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