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Politica | 02 maggio 2020, 07:30

#controcorrente: le migliaia di persone stroncate dal coronavirus meriterebbero una memoria collettiva

Roma Capitale dovrebbe dedicare loro uno spazio con incisi sulle pareti i nomi, l’anno di nascita e dove abitavano. Perché erano persone e non numeri da fornire in un anonimo elenco serale e perché vivevano in ogni parte della Penisola. Così come ogni Comune d’Italia potrebbe intitolare loro una piazza o una strada “Caduti del coronavirus”. Perché sono caduti come i soldati in guerra: senza volerlo; da soli e lontano dagli affetti famigliari. E’ il minimo che dobbiamo a queste donne e a questi uomini come comunità per manifestare la vicinanza di una nazione. E non precipitare di nuovo nell’indifferenza quando il virus mostro, si spera, avrà finito di colpire

Foto postata su Facebook a metà marzo da alcuni sindaci del Cuneese con le bare delle persone decedute per coronavirus e allineate in una chiesa di Bergamo in attesa della cremazione

Foto postata su Facebook a metà marzo da alcuni sindaci del Cuneese con le bare delle persone decedute per coronavirus e allineate in una chiesa di Bergamo in attesa della cremazione

Era il 14 settembre 1999. Quella mattina passai presto con l’auto a prendere mia madre per andare all’ospedale da mio padre. Infatti, la sera prima ebbi la sensazione che le sue funzioni vitali avessero avuto un rallentamento. Ma non grave. Durante la notte le condizioni di salute peggiorarono.

Quando arrivammo i suoi occhi spenti per un attimo si illuminarono. Mi sedetti accanto a lui e gli strinsi la mano. Mi raccontò, sillabando le parole con molta difficoltà, un fatto della mia vita che pensava mi avrebbe reso felice. Il mio cuore si aprì. Anche perché il nostro legame in tanti anni non fu mai ricco di rapporti positivi. Litigavamo spesso. Con quelle parole volle donarmi un momento gioia. E io, che avevo anche le mie colpe, glielo feci capire stringendogli un poco più forte la mano. Lui accennò a un sorriso. Ci riconciliammo così.

Arrivò mia moglie. In quel momento mio padre si sentì libero, perché aveva attorno tutta la famiglia. Suo nipote era ancora troppo piccolo per andare a trovarlo. Lasciò andare dolcemente la sua mano dalla mia e la sollevò insieme al braccio di una ventina di centimetri verso l’alto. Fu una gesto che mi colpì tantissimo e che mi è rimasto nel ricordo. Come a dire: sono pronto, in attesa di qualcuno che lo venisse ad accompagnare nel cammino verso l’infinito.

Prese ancora una forte crisi respiratoria. Chiamammo i medici che provarono a rianimarlo. Inutilmente. Vederlo andare per sempre, nonostante le tante conflittualità vissute, mi provocò uno dei dolori più grandi della vita. Forse il più grande.

In questi giorni mi è tornato in mente quell’incontro e, pure nella sofferenza immensa che provai e che provo ancora adesso quando ci penso, mi ritengo fortunato rispetto alle migliaia di persone stroncate dal coronavirus. Mio padre, prima dell’ultimo viaggio, l’ho accarezzato e gli ho parlato. Quanti si sono spenti per la sfortuna di essere stati aggrediti dal Covid-19 lo hanno fatto da soli, lontano da tutti, nello strazio fisico e spirituale.

Senza che i loro cari potessero accarezzarne gli occhi e il viso e stringerne la mano. Senza che potessero piangerli insieme alle altre persone con cui hanno condiviso il percorso terreno. Senza un funerale religioso o laico: ultimo atto consolatorio per tentare di rendere meno lacerante la perdita. E non c’è tristezza peggiore.

In Italia, a oggi, sabato 2 maggio, per il coronavirus sono morte 28.236 persone (3.111 in Piemonte; 247 in provincia di Cuneo) e, purtroppo altre se ne aggiungeranno ancora, che avevano una famiglia e una storia da raccontare.

Per questo motivo, oltre al dolore dei loro cari consumato nel ricordo dei momenti felici vissuti insieme, meriterebbero una memoria collettiva.

Sarebbe un gesto civile che ogni Comune del nostro Paese intitolasse loro una piazza o una strada “Caduti del coronavirus”. Perché sono caduti come i soldati in guerra: senza volerlo; da soli e lontano dagli affetti famigliari. E Roma Capitale dovrebbe dedicare loro uno spazio con incisi sulle pareti i nomi, l’anno di nascita e dove abitavano. Perché erano persone e non numeri da fornire in un anonimo elenco serale e perché vivevano in ogni parte d’Italia.

E’ il minimo che dobbiamo a queste donne e a questi uomini come comunità per manifestare la vicinanza di una nazione. E non precipitare di nuovo nell’indifferenza quando il virus mostro, si spera, avrà finito di colpire.  

Sergio Peirone

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