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Attualità | 08 dicembre 2020, 18:16

La solidarietà che si “re-inventa” e trionfa su paura e rancore: l’esperienza di una giovane volontaria presso Saluzzo Migrante

Martina Fea, ventitreenne di Scarnafigi, offre uno sguardo al mondo del volontariato, tra difficoltà e soluzioni in tempo di covid

La solidarietà che si “re-inventa” e trionfa su paura e rancore: l’esperienza di una giovane volontaria presso Saluzzo Migrante

La pandemia acuisce le situazioni di solitudine, prescrive l’isolamento quale arma più efficace di protezione dinnanzi al dilagare del contagio. Se tristi sono le conseguenze per chi può confidare nell’appoggio dei propri “congiunti”, tanto più amplificate esse risultano per chi abitualmente si ritrova protagonista in circostanze di abbandono. È dura dover sottostare ad un coprifuoco che obbliga a rientrare nelle proprie case entro le 22, più dura ancora è non averla, una casa cui fare ritorno. 

Per questo è importante mantenere vigile la nostra percezione dei mondi-altri, che fuoriescono dall’orizzonte circoscritto delle nostre dimore; per questo è bello ricordare episodi in cui la solidarietà si “re-inventa” e trionfa su paura e rancore. Lo facciamo attraverso l’esperienza di Martina Fea, giovane volontaria presso il progetto “Saluzzo Migrante” nato dalla Caritas di Saluzzo.  

Come è sorta la tua decisione di intraprendere un percorso nell’ambito di Saluzzo Migrante e qual è, attualmente, il tuo ruolo al suo interno?

Mi sono avvicinata a questa realtà nel 2018: all’epoca stavamo organizzando, insieme al presidio di Libera Saluzzo di cui faccio parte, gli eventi legati alla giornata del 21 marzo, dedicata alla memoria delle vittime innocenti delle mafie. Quell’anno il tema era incentrato sulla terra e sulle difficoltà dei braccianti causate da fenomeni mafiosi quali il caporalato: collaborando con il progetto della Caritas abbiamo lavorato a incontri di formazione con le scuole per sensibilizzare i ragazzi.

Così è avvenuto il mio incontro con Saluzzo Migrante: se prima ero consapevole della situazione estiva locale, dall’estate di quell’anno ho deciso di contribuirvi attivamente come volontaria. All’epoca studiavo scienze della comunicazione in triennale, così alla fine dell’anno sono entrata a far parte dell’equipe che cura questo aspetto del progetto. La cosa bella di questo lavoro è che mi permette di dare un risvolto concreto al mio percorso di studi, conciliandolo con la possibilità di raccontare e di sentirmi parte della nostra realtà sociale. 

Lo scorso sabato 5 dicembre è stata la giornata mondiale del volontariato: soprattutto quest’anno è importante poter rivolgere la propria gratitudine al lavoro assistenziale svolto da tutti i volontari in questi mesi di emergenza. Voi come avete affrontato il periodo di lockdown?

Questo 2020 è stato un anno particolarmente difficile nella gestione dei lavoratori, soprattutto a causa della costante necessità di adattamento a misure restrittive in continuo cambiamento. Il rischio e la conseguente paura del contagio hanno provocato una diminuzione del numero dei volontari e una riduzione dell’aiuto diretto.

Tuttavia il timore non si è rivelato sufficientemente forte da scalzare il desiderio di collaborazione e il senso di solidarietà dei cittadini: moltissime sono state le donazioni e le persone che ci hanno contattato per contribuire con il loro aiuto. Il lockdown ha trasformato il volontariato, ma non lo ha fermato: scorgere la capacità di “reinventarsi” anche nelle modalità con cui fornire il proprio aiuto è stato per noi un segnale importante. 

Cosa significa vivere in tempo di covid per un bracciante?

Sicuramente la situazione è triste e difficile perché non ci sono molte linee guida per i migranti a questo proposito. Quest’estate molti ragazzi ci chiedevano aiuto per trovare una casa. La loro consapevolezza del pericolo era molto forte e così la loro volontà di rispettare le regole vigenti.

Purtroppo le condizioni di precarietà in cui molti si sono ritrovati impossibilitavano l’accesso alle necessarie informazioni e l’adeguamento a un corretto comportamento sanitario: dormendo per strada è difficile osservare l’igienizzazione e ascoltare le dirette del presidente Conte. 

Come avete gestito questa estate la situazione conseguente all’impossibilità di aprire il Pas (Prima Accoglienza Stagionali)?

L’afflusso di braccianti assunti da aziende del territorio quest’estate è stato minore rispetto agli anni scorsi. Le soluzioni di accoglienza sono state molteplici: dall’alloggio presso amici all’apertura delle accoglienze diffuse tra fine luglio e inizio agosto. I numeri delle persone che dormivano per strada era comunque molto alto: noi intervenivamo con fornitura di beni di prima necessità e con un’informazione costante sulla situazione e sulle modifiche apportate dai nuovi dpcm.

Adesso inoltre con gli operatori si sta lavorando al progetto “casa”, finalizzato a fornire sostegno ai ragazzi nel delicato e non sempre agile momento di ricerca di case in affitto.  

Ludovica Rossi

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