Era un martedì il 16 agosto 1864 quando una giovane donna di Verzuolo, dalle origini torinesi, Alessandra Re Boarelli, per tutti “Nina”, scrisse una pagina indimenticabile nella storia dell’alpinismo: fu la prima donna a raggiungere la vetta del Monviso, a 3.841 metri di quota, lungo la via Sud.
Non fu un’impresa casuale. Già l’anno precedente, nel 1863, a soli 25 anni, Nina aveva tentato l’ascesa insieme all’amico Giacinto Ballada di Saint-Robert e alla guida Bartolomeo Peyrot detto Peyrotte. Originario di Bobbio Pellice fu il primo italiano a salire sul Monviso accompagnando come portatore l’inglese Francis Fox Tuckett con le due guide Michel Croz di Chamonix e Peter Perren di Zermatt.
Il maltempo e l’indecisione della spedizione la costrinsero a rinunciare: appena dieci giorni dopo, una cordata guidata da Quintino Sella raggiunse la cima, siglando la prima ascensione italiana sul Monviso.
Determinata e appassionata, Nina tornò quindi sul Re di Pietra l’anno successivo. Il 16 agosto 1864 intraprese quindi una nuova salita, accompagnata dalla giovanissima damigella Cecilia Fillia, appena 14 anni, dal parroco don Carlo Galliano e da due alpinisti esperti.
Fu un’ascesa faticosa, tra nebbie e rocce instabili, ma questa volta la vetta non le sfuggì: la prima donna era sul “Re di Pietra”, con accanto una compagna d’avventura altrettanto sorprendente per l’età e il coraggio.
La conquista della cima fu un gesto che superava i confini dell’alpinismo. In un’epoca in cui le donne erano relegate nell’ombra e lo sport di montagna era considerato dominio esclusivo degli uomini, Nina Boarelli sfidò convenzioni e pregiudizi.
All'epoca dell'impresa Boarelli era già madre di due figli: Isabella, Luisa e dopo 6 anni dall'impresa ebbe, nel 1870, l'ultimogenito Clemente-Maria.
Alessandra, di famiglia nobile e istruita, scelse la montagna come terreno di libertà e passione, aprendo simbolicamente la strada a tutte le donne che avrebbero seguito le sue orme.
Viveva a Verzuolo ma era nata a Torino nel 1838, Alessandra era già nota per il suo spirito indipendente: durante il viaggio di nozze col marito Emilio-Giovanni Boarelli, uomo di nobile famiglia oltreché sindaco di Verzuolo, preferì salire sul Vesuvio piuttosto che lasciarsi trascinare nei circuiti mondani dell’aristocrazia.
Proprio a Verzuolo nel 1863 prese vita l’idea di costituire il Cai, da parte di Quintino Sella con i fratelli Paolo e Giacinto di Saint Robert. Trasferitasi quindi ai piedi del Monviso, non poté resistere al richiamo di quella cima che dominava il paesaggio e la sua immaginazione.
Oggi, il suo nome è inciso tra le pietre delle Alpi Cozie: a 2.820 metri di quota, nei pressi dei laghi delle Forciolline, sorge il Bivacco Boarelli, inaugurato nel 2004, lungo la via normale di salita al Monviso. Può ospitare fino a dodici persone ed è il punto di partenza per chi vuole affrontare la via Sud, la stessa percorsa da Nina nel 1864.
La sua vicenda, rimasta a lungo dimenticata, è stata riportata alla luce anche grazie al libro “Nina devi tornare al Viso” (Fusta Editore, 2019) della giornalista Linda Cottino, che ha scavato tra archivi e memorie familiari per restituire il ritratto vivido di una donna coraggiosa, ostinata e innamorata della montagna.
La conquista femminile del Monviso destò curiosità e discussione, ma venne ridimensionata dai circoli alpinistici dominati dagli uomini.
L’impresa di Alessandra Boarelli resta un capitolo luminoso dell’alpinismo italiano: un atto di coraggio che, 161 anni dopo, continua a ispirare chi vede nella montagna non solo una sfida fisica, ma anche un orizzonte di libertà.












