Sta facendo ancora discutere, come previsto, la puntata di Report dedicata al mondo del tartufo, andata in onda con il titolo “Truffle Land”. Un’inchiesta che ha messo in fila, in oltre quaranta minuti, questioni note da tempo agli addetti ai lavori, ma raramente esposte con tanta evidenza al grande pubblico: la sproporzione crescente tra domanda e offerta, le ambiguità sulla provenienza del prodotto, l’uso di aromi e pratiche cosmetiche, la fragilità dei controlli, il rischio di confondere tartufo bianco e nero, prodotto fresco e trasformato.
In questo scenario, Alba è tornata inevitabilmente al centro della scena, chiamata in causa non solo come capitale simbolica del tartufo, ma come luogo in cui tutte queste tensioni si concentrano.

È da qui che prende le mosse la riflessione dell’avvocato Roberto Ponzio, figlio dell'omonimo commendator Roberto Ponzio, storico selezionatore e commerciante di tartufi, a cui ha dedicato un museo nel cuore della città. “Il problema è semplice: un tempo la domanda di tartufo era modesta e l’offerta abbondante. Oggi accade l’esatto contrario. La richiesta è enorme, addirittura mondiale, mentre la quantità di prodotto locale è minima. È da questo squilibrio che nasce tutto il resto”, osserva. Non una difesa d’ufficio di Alba, dunque, ma una constatazione di mercato che precede ogni polemica e che rende comprensibile perché l’attenzione di Report si sia concentrata proprio qui.
Il punto, per Ponzio, non è negare l’esistenza delle ombre, ma capire dove stia davvero il nodo. “Questa situazione crea un problema enorme di tracciabilità, in un settore dove però non esiste una normativa che la definisca. Qualcuno pensa che bastino le fatture di acquisto esposte sul banco, ma è un’illusione”.
A dimostrarlo, ricorda, ci sono anche casi recenti: “La Guardia di Finanza di Pisa ha convocato un trifolao per chiedergli se fosse vero che aveva raccolto un quintale di tartufo. Lui ha risposto che, se fosse stato vero, oggi sarebbe ricco. Era stata falsificata la documentazione”. Il sistema, in sostanza, si regge sull’onestà degli operatori, senza strumenti normativi e senza una reale volontà politica di introdurli.
In questo vuoto normativo si inserisce anche la memoria del padre, che Ponzio richiama non per nostalgia, ma come contro-modello. Negli anni in cui Alba usciva faticosamente dalla “malora”, la domanda di tartufo era limitata e l’offerta ampia. “Mio padre rivendicava un commercio esclusivamente albese. Il suo marchio era ‘tartufi garantiti dell’Albese’ e la garanzia non era una carta, ma la presenza quotidiana sui mercati”. Una scelta radicale, che trasformò una macelleria in una boutique dedicata solo al tartufo, ma che oggi sarebbe quasi impraticabile: “Paradossalmente, dire con assoluta certezza da dove proviene un tartufo può esporre a problemi giuridici seri, come la frode in commercio o la truffa”.
Il museo fondato nel 2015 nasce proprio per fissare quella visione in due frasi che sono tutt’altro che slogan. “No alberi, no tartufi”, a ricordare come il disboscamento selvaggio e l’uso di pesticidi abbiano compromesso gli habitat naturali. E poi “Il tartufo è Alba e Alba è il tartufo”, una formula che già sessant’anni fa metteva a fuoco il problema di oggi: “Il nostro prodotto è senza dubbio il migliore, ma qui ce n’è solo per noi”. Non una rivendicazione esclusiva, ma la consapevolezza di un equilibrio fragile, destinato a rompersi sotto il peso del mercato globale.
È qui che emerge l’altro grande tema, forse il più delicato: la tutela del nome. “L’adozione della denominazione ‘Tartufo Bianco d’Alba’ come sinonimo di Tuber Magnatum Picco ha prodotto una volgarizzazione del marchio”, spiega Ponzio. Il rischio è che il toponimo perda valore e diventi un nome comune, come accaduto a marchi entrati nel linguaggio quotidiano. “Così facendo, qualunque Tuber Magnatum cavato altrove, anche all’estero, può fregiarsi commercialmente del nome di Alba. La trovo una grave sconfitta per il nostro territorio e un inganno per il consumatore”.
Il confronto con altri prodotti è inevitabile. “Sono riusciti a tutelare il vetro di Murano, la Fontina della Valle d’Aosta, il Parmigiano Reggiano, il pomodoro di Pachino, il limone di Sorrento. Perché non si è fatto lo stesso con il Tartufo Bianco d’Alba?”. La risposta, per Ponzio, sta in una “deplorevole inerzia istituzionale”, che ha lasciato il campo a una denominazione sempre più commerciale, senza una protezione reale del legame con il territorio.
Le possibili vie d’uscita non sono semplici né indolori. “Bisognerebbe lavorare su marchi collettivi locali, su una Igp, una Dop o su forme di tutela geografica che valorizzino l’autenticità del prodotto”. Un percorso complesso, che richiede visione e volontà politica, ma che altri settori hanno già intrapreso con successo. “Capisco i diversi interessi in gioco, ma con l’inerzia si finisce solo per ingrandire un problema che è semplice nelle sue premesse, ma difficilissimo da risolvere se si continua a rimandare”.















