È attesa per domani, mercoledì 28 gennaio, la sentenza che riguarda il dramma della famiglia Bellino, di origine siciliane ma residente a Beinette.
“La sera prima mia moglie non stava bene. Le ho fatto una doccia e quando lei si è seduta in cucina, io ho preparato la colazione per il giorno dopo. Ho messo sulla tavola i biscotti che lei amava di più”.
Era iniziato così il racconto di Ernesto Bellino, il pensionato settantaseienne accusato di fronte alla Corte d’Assise del tribunale di Cuneo di aver strangolato e ucciso sua moglie Maria Concetta, da qualche anno malata di Alzheimer, proprio nella loro casa nel piccolo comune alle porte del Monregalese.
L’omicidio risale al giugno 2024 e, da quel momento, l’uomo, reo confesso,si trova agli arresti domiciliari in una Rsa di Peveragno.
Contro di lui si è costituito parte civile il figlio Antonio. L'anziano rischia l'ergastolo. Domani si ascolteranno infatti le richieste del pubblico ministero Francesco Lucadello, dell'avvocato del figlio Antonio, il legale Enrico Gaveglio e, infine, l'arringa del difensore dell'imputato, Fabrio Di Vito.

Nel corso del procedimento l’anziano aveva ripercorso che cosa accadde quella mattina.
Un racconto, il suo, che aveva trovato come conclusione la domanda del suo legale “Perché ha ucciso sua moglie?”. “Ho perso la testa", aveva risposto in lacrime Bellino, che nel corso dell’istruttoria aveva parlato di un matrimonio animato da frequenti litigi.
Della moglie malata – aveva riferito – si sarebbe personalmente preso cura, prima dell’arrivo della badante, finché "non ce ho più fatta", ha confessato. “Anche se mi trattava male, stavamo bene insieme", aveva detto, descrivendo un quadro che trova riscontro nella testimonianza resa dal figlio (qui), che aveva descritto i genitori come “due persone che non sapevano stare senza litigare”.
Sempre stando al racconto dell’uomo, anche l’aggressione che lo portò a uccidere la moglie sarebbe arrivata al culmine di una discussione, avuta quella stessa mattina. “Non ce la facevo più da qualche giorno - aveva detto -. Mi sono steso in soggiorno e ho chiesto a mia moglie di portarmi le gocce per l’ansia. Lei mi ha ignorato. Era chiusa nel suo mutismo. L’unica cosa che mi ha detto è stata ‘tu non hai niente, la vera malata sono io’. Non ci ho più visto”.
“Le ho dato uno spintone e lei ha sbattuto contro il telaio della porta dopodiché l’ho strangolata. Mentre lo facevo una voce dentro mi diceva ‘perché mi dici queste cose?’", aveva spiegato.
Interpellato sul punto dal presidente della Corte d’Assise, aveva aggiunto di non aver avvertito "alcun freno né ripensamento", nel compiere il tragico gesto omicida. La donna, aveva riferito, non avrebbe reagito in alcun modo.
Ernesto e Maria Concetta si erano conosciuti più di cinquant’anni fa. Era il 1970: lui aveva 21 anni, lei quattro in più.
A raccontare della signora è stata la badante, chiamata in aula come testimone. La donna era stata assunta dal signor Bellino tramite gli assistenti sociali: “Io badavo a Maria e pulivo la casa - aveva spiegato -. Mi hanno sempre trattato come una figlia. Lei era sempre contenta di vedermi. Però, quando eravamo tutti e tre insieme, io, lei e suo marito, lei cambiava”.
Tra le donne poi c’erano state anche delle confidenze: “Maria era un po’ gelosa di Ernesto”, aveva ammesso la badante. “Era bravissima a ballare - aveva detto commossa -. Mi stava insegnando anche le canzoni in italiano e in siciliano. Le volevo bene”.














