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Cronaca | 26 febbraio 2026, 17:23

Processo Tenda-Bis, la Procura generale rinuncia all'appello per le frodi sul cantiere: assoluzioni definitive per tutti gli imputati

Dopo l'assoluzione dei 15 imputati in primo grado a Torino, il pubblico ministero titolare dell'inchiesta, sdoppiatasi tra Cuneo e il Bruno Caccia, aveva impugnato la sentenza. Oggi lo stop: chiusa definitivamente

Il tribunale di Torino, sede della Corte d'appello

Il tribunale di Torino, sede della Corte d'appello

Assolti perché “il fatto non sussiste” e dichiarato il “non luogo a procedere per intervenuta prescrizione”. E così resterà: la Procura Generale presso la Corte d’Appello di Torino ha infatti rinunciato ai motivi di appello proposti dal pubblico ministero contro la sentenza di primo grado che, da oggi, è definitiva.

Erano state queste le formule con le quali il tribunale di Torino in primo grado aveva stabilito l proscioglimento e l’assoluzione di tutti i quindici imputati rinviati a giudizio per le presunte frodi avvenute sul cantiere del Tenda Bis

La decisione era arrivata nel gennaio scorso e stamane, giovedì 26 febbraio, si è celebrata l'udienza in Corte d'Appello a Torino. 

Già in primo grado il giudice Elena Rocci, che si era riservata 90 giorni per le motivazioni, aveva disatteso le richieste avanzate dal pubblico ministero Chiara Canepa, che per gli imputati aveva chiesto la condanna con pene da 5 a 7 anni di reclusione, mentre le difese avevano chiesto per i loro assistiti il proscioglimento. Per alcuni di loro, i reati contestati erano già stati prescritti. 

E stamane è stato il Procuratore Generale a rinunciare ai motivi di appello, confermando integralmente l’impianto della decisione di primo grado: tutti gli imputati risultano definitivamente assolti con riferimento a tutti gli elementi di prova contestati. La vicenda resta aperta esclusivamente sotto il profilo amministrativo e civilistico, limitatamente alle eventuali questioni risarcitorie connesse a due ipotesi di truffa.  La sentenza è dunque definitiva sul piano penale; ogni ulteriore valutazione potrà riguardare soltanto gli aspetti amministrativi e patrimoniali. 

La maxi inchiesta da cui aveva preso le mosse il processo torinese era nata a seguito del sequestro del cantiere di Limonetto, nel maggio 2017, operato con un’operazione della Guardia di Finanza.

Dopo la chiusura del primo troncone processuale, celebratosi nelle aule di piazza Galimberti aperto per far luce su alcuni presunti furti di materiale avvenuti in cantiere che sarebbero stati destinati alla realizzazione della galleria Tenda, (e per cui si discuterà a Torino la prossima settimana) era rimasto in piedi quello che poi, dopo un ping-pong tra il palazzo di giustizia cuneese e quello torinese, per una questione di competenze territoriale, era approdato al "Bruno Caccia".  

Dei 15 imputati, cinque erano già stati giudicati e condannati a Cuneo e poi assolti in secondo grado per le sparizioni di materiali sul cantiere. Quest’ultima pronuncia aveva infatti riqualificato i “furti” in “appropriazione indebita”, reato procedibile solo su querela di parte che, in questo caso, non era stata formalizzata, spazzando così via l’impianto accusatorio di un’inchiesta durata più di sette anni. A essersi costituiti parte civile erano stati il Comune di Limone Piemonte, l’Anas e il Ministero dei Trasporti.

Il motivo per cui il secondo faldone, quello relativo alle "frodi" era passato al Tribunale di Torino risiede nel fatto che le certificazioni dello stato di avanzamento dei lavori del tunnel erano state qui datate e sottoscritte e, dunque, anche i reati connessi alla presunta falsificazione sulle certificazioni, quali truffe e frodi, si sarebbero concretizzate nel capoluogo piemontese.

Un’inchiesta estremamente tecnica, nella quale i consulenti delle parti, quelli nominati dalla Procura, rappresentata dal pubblico ministero Canepa, già a suo tempo titolare del fascicolo a Cuneo prima di ottenere il trasferimento a Torino, e quelli incaricati dalle difese si erano scontrati sulle varie posizioni.
Secondo il magistrato “lavori eseguiti male” chiamava “frode allo Stato”. A sostegno delle sue accuse c'erano le intercettazioni telefoniche che erano state anche rilette in aula. Le richieste in punto pena andavano dai 7 ai 5 anni di reclusione più le pene pecuniarie.

Lo Stato francese, così come la Provincia di Cuneo, non hanno partecipato al processo come parti civili. Ad aver avanzato una richiesta di 25 milioni di euro di risarcimento è stato il Ministero dei Trasporti, in coda il Comune di Limone Piemonte che ha quantificato e chiesto 900.000 euro di danni.

Si chiude così, almeno sul piano penale, una delle inchieste più complesse e discusse legate al cantiere del Tenda Bis. Dopo anni di accertamenti, sequestri, consulenze tecniche e un confronto serrato tra accusa e difese, l’impianto accusatorio non ha retto al vaglio dei giudici.

Resta ora soltanto il capitolo amministrativo e risarcitorio, che seguirà un binario autonomo e distinto. Ma sul versante penale la parola è definitiva: per gtutti e 15 gli imputati, la vicenda giudiziaria si conclude con l’assoluzione e con la conferma che, per i giudici, il fatto non sussiste.

CharB.

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