Monica Ciaburro, sindaco di Argentera, ha affidato al nostro giornale un lungo e intimo ricordo di Mario Giavelli, che si è spento ieri a 75 anni. Una figura molto amata in tutta la valle Stura. In molti in queste ore hanno speso parole d'affetto e di stima per l'uomo, "bella persona", e amico "sempre presente e disponibile". Ora il profondo cordoglio arricchito di gratitudine di chi ha potuto contare sui suoi consigli nell'impegno amministrativo.
"Una Pasqua triste ad Argentera; Mario, classe 1950, ci ha lasciato improvvisamente e prematuramente proprio il giorno di Pasqua, mentre la primavera accendeva di nuovi colori le alte vette della Valle Stura.
Figlio della borgata Ferrere, frazione del comune di Argentera, era nato e cresciuto in quel piccolo nucleo di case di pietra aggrappate alle pendici delle Alpi, proprio al confine con la Francia. In una valle occitana che negli anni ha visto lentamente svuotarsi le sue borgate, emigrare i giovani e tacere molte voci che un tempo riempivano le contrade alpine, ma che ha custodito con tenacia la propria lingua, le feste patronali, le chiese e i saperi tramandati di generazione in generazione.

(Borgata Ferrere sotto la neve)
Montanaro nell’anima, pastore per vocazione, Mario ha scelto di restare tra queste montagne della Valle Stura, diventando un vero custode delle tradizioni e dei saperi occitani, incarnandone lo spirito più autentico. Da giovane è stato alpino e, proprio perché Argentera si trova al confine, faceva la transumanza con il pascolo in Francia: con il cuore gonfio di emozione e le gambe forti di gioventù, attraversava a piedi i valichi alpini insieme alle greggi, guidando e custodendo le preziose bestie d’estate. Erano giorni di polvere, di sudore, di albe fredde e di tramonti infuocati sui colli, in cui il confine non era una linea sulla mappa, ma una porta aperta verso l’ignoto, un ponte di libertà tra due versanti della stessa grande montagna. Quei lunghi cammini transfrontalieri, radicati nella millenaria pratica della pastorizia che ha modellato il paesaggio stesso della Valle Stura, hanno forgiato in lui uno spirito indomito e un amore profondo, quasi viscerale, per le Alpi che non conoscevano barriere.
Cacciatore rispettoso e attento, conosceva come pochi i segreti delle alte quote alpine: riconosceva al volo il passo elegante del camoscio, il profilo possente del cervo e la sagoma agile del muflone tra le rocce e i pascoli della Valle Stura.
Profondo conoscitore delle erbe alpine, sapeva distinguere e raccogliere con cura le piante medicinali e aromatiche che la montagna offre con generosità, un sapere antico legato alla terra e alle tradizioni contadine che ancora oggi rivivono negli ecomusei e nelle passeggiate geo-erboristiche della valle. In questo periodo dell’anno, proprio quando la neve si ritira e la terra si risveglia, lo si vedeva camminare instancabile per i sentieri, alla ricerca dei palchi dismessi degli animali, quei trofei naturali che raccoglieva con rispetto e che per lui rappresentavano un legame antico con il ciclo della vita selvatica.
Con il suo passo sicuro e instancabile ha percorso in lungo e in largo le creste, i pascoli e i sentieri nascosti del territorio, sempre a piedi, custodendo non solo le greggi, ma anche la memoria di un mondo antico fatto di forni a pietra per il pane di segale, di contrade dove l’orzo a Ferrere era prezioso, di feste che univano la comunità e di quella saggezza occitana che resiste al silenzio dello spopolamento. Mario è stato un custode silenzioso e instancabile di questi saperi, tramandandoli con l’esempio più che con le parole, perché la montagna si impara camminando.
Attento osservatore, premuroso con gli animali e con le persone, portava con sé quella saggezza antica di chi ha imparato più dalla natura aspra delle Alpi che dai libri. Sapeva leggere il tempo dal colore del cielo, riconoscere il canto di ogni uccello e trovare la strada anche dove sembrava non esserci traccia.
Oggi la comunità di Argentera, ma di tutta la Valle, perde con lui non solo una radice importante, ma un amico vero, di quelli a cui si poteva bussare in qualsiasi momento: per chiedere dove finiva esattamente un terreno, per un consiglio sulla semina, o per ricevere una mano preziosa quando arrivavano in alpeggio gli animali e servivano forza, esperienza e cuore.
La sua vita è stata un cammino costante tra queste montagne: tra greggi da custodire, paesaggi da contemplare e incontri da vivere con quella quieta generosità che lo rendeva speciale. In un paese che si spopolava, Mario ha rappresentato la tenacia di chi rimane legato alla terra alpina della Valle Stura, alle tradizioni occitane, alla pastorizia che ha dato forma ai pascoli, alle erbe curative e alla bellezza aspra e silenziosa delle alte terre.
La sua partenza improvvisa ha lasciato tutti attoniti e sgomenti. Nessuno era pronto a dire addio a un uomo ancora così vitale, con il respiro pieno di montagna e le mani segnate dal lavoro e dall’amore per questi luoghi.
Ora, nei giorni che verranno, il cuore si stringerà ogni volta che saliremo sui sentieri o attraverseremo i pascoli della Valle Stura. Ci sembrerà di vederlo lì, in mezzo all’erba fresca che ondeggia al vento, o seduto su una pietra al bordo del bosco, con quel suo passo tranquillo e lo sguardo curioso rivolto alle cime. Ci mancherà terribilmente quel saluto da lontano, quella figura familiare che per tanti anni ha fatto parte del paesaggio stesso delle nostre Alpi, come se la montagna stessa avesse preso forma umana per un po’.
Ieri, mentre le campane di Pasqua annunciava la Resurrezione, ci piace pensare che Mario abbia semplicemente continuato il suo cammino e abbia già incontrato coloro che sono andati avanti prima di lui, su sentieri più alti e luminosi, dove le Alpi non finiscono mai e le borgate non si svuotano.
Forse in questo momento sta già abbracciando i suoi vecchi compagni di transumanza, sta ridendo con chi lo ha preceduto e sta guardando giù verso di noi con quel suo sorriso pacato, dicendoci che lassù la primavera è ancora più bella, tra pascoli eterni e il canto antico delle tradizioni occitane che non muoiono mai.
Ci mancherà da morire il suo sguardo curioso, il suo sorriso, nascosto dai baffi che illuminava le giornate grigie e quella presenza solida come la roccia delle sue amate vette alpine.
Una parte della Valle Stura se n’è andata con lui. I pascoli sembreranno più vuoti, i sentieri più silenziosi, e ogni volta che il vento soffierà tra le erbe alpine, ci sembrerà di sentire ancora la sua voce pacata che ci saluta da lontano.
Grazie di tutto, Mario.
Grazie per averci insegnato a guardare la montagna con i tuoi stessi occhi curiosi, per quel “vieni che ti faccio vedere” detto con il sorriso mentre ci indicavi un’erba rara o un sentiero nascosto, per le mani callose che hanno aiutato tanti di noi senza mai chiedere nulla in cambio.
Grazie per essere stato custode generoso delle tradizioni e dei saperi della Valle Stura: li hai portati con te nei tuoi passi, li hai condivisi con chi aveva voglia di imparare e oggi li affidi a noi perché non vadano perduti.
Che la terra della Valle Stura che tanto hai amato ti sia lieve, e che le tue montagne ti custodiscano per sempre.
Riposa in pace, pastore delle nostre Alpi, custode delle tradizioni occitane, amico insostituibile dal cuore grande come le tue vette.
La Valle Stura non sarà più la stessa senza di te… ma nei nostri ricordi continuerai a camminare con noi, passo dopo passo, per sempre".














