È partita da segnalazioni confidenziali, nell’autunno del 2018, e soprattutto dall’esposto presentato il 2 ottobre dello stesso anno da un’educatrice, l’indagine della Guardia di Finanza sulla cooperativa “Per Mano”, al centro del processo in corso al Tribunale di Cuneo.
A ricostruirne le fasi in aula è stato un luogotenente delle Fiamme Gialle, oggi in congedo, Marcello Casciani, all’epoca impegnato nelle indagini, che ha spiegato come proprio quella denuncia abbia fornito i primi elementi su presunti “atteggiamenti vessatori” da parte del personale.
Sulla base delle dichiarazioni raccolte, venne redatta un’annotazione ipotizzando il reato di maltrattamenti in concorso su alcuni soggetti affetti da patologie psichiatriche e spettri di autismo, con l’individuazione di quelli indicati dalla stessa educatrice.
Gli accertamenti iniziali portarono anche a verifiche nelle banche dati, da cui emerse un precedente episodio risalente al 2007, quando una delle figure apicali della cooperativa era stata segnalata per maltrattamenti nei confronti di persone disabili durante una vacanza al mare. Una segnalazione, poi, caduta in un nulla di fatto.
Nel corso dell’attività investigativa, la Guardia di Finanza acquisì anche alcune conversazioni tra operatori. In particolare, venne ricostruita l’esistenza di più chat di gruppo, tra cui una denominata “Il puttano”, all’interno della quale, secondo quanto riferito in aula , sarebbero circolate immagini e commenti relativi a episodi di presunti maltrattamenti ai danni degli ospiti. Tuttavia, le immagini non furono recuperate, poiché, come spiegato, non più disponibili nei dispositivi degli interessati.
Per verificare la situazione all’interno della struttura, il 26 novembre 2018 fu effettuato un primo accesso con personale dell’Asl, simulando un controllo preventivo legato al rischio legionella. In quell’occasione venne effettuata una ricognizione degli ambienti e una documentazione video dei locali.
Successivamente, il 18 dicembre, gli investigatori tentarono di installare un sistema di captazione audio-video all’interno della sala mensa, occultato in una macchina del caffè. L’operazione, però, non diede esiti utili: il segnale risultava schermato e l’unica conversazione captata , attribuita a una delle responsabili della struttura, lasciava intendere che il dispositivo fosse stato individuato e spostato.
Non avendo ottenuto riscontri significativi neppure dalle attività di intercettazione e localizzazione telefonica, si arrivò alla perquisizione del 9 aprile 2019.
L’accesso alla struttura avvenne nelle prime ore del mattino, intorno alle quattro, in modo da non allarmare gli ospiti e non svegliarli. Dopo il rifiuto di aprire da parte dell’unico operatore presente, gli investigatori furono costretti a entrare forzando una porta finestra.
All’interno trovarono gli ospiti ancora addormentati ai piani superiori, mentre l’operatore si era chiuso in una stanza. Durante la ricognizione emersero diverse criticità, in particolare nella gestione dei farmaci: schede terapeutiche prive di controfirma medica, contenitori senza indicazione delle sostanze e medicinali che, come è stato riferito, sarebbero state “di libero accesso”.
Particolare attenzione fu poi dedicata alla cosiddetta “relax room”, oggetto anche della deposizione dell'educatrice che presentò l'esposto (LEGGI QUI). Gli investigatori riscontrarono la presenza di una telecamera collegata a un sistema di registrazione che, tuttavia, non risultava mai attivato.
Dagli accertamenti emerse inoltre l’esistenza di un protocollo interno che vietava la chiusura a chiave della stanza e fissava un limite massimo di permanenza di circa dieci minuti, limite che, stando a quanto riferito , sarebbe stato frequentemente disatteso.
Il giorno successivo, la Polizia Scientifica effettuò ulteriori rilievi tecnici nella stanza, repertando porzioni di pannelli fonoassorbenti su cui erano presenti tracce ematiche, poi confermate dagli esami. La stanza, descritta come di forma rettangolare e e rivestita in materiale morbido, presentava anche segni compatibili con graffi sulle pareti.
Nel corso dell’indagine furono inoltre acquisite documentazioni sanitarie presso le Asl competenti, per verificare le condizioni degli ospiti e le terapie prescritte.
Nel controesame, la difesa ha evidenziato alcuni aspetti, tra cui l’assenza di misure cautelari nei confronti degli indagati e il fatto che, durante la perquisizione, non fosse stata osservata alcuna somministrazione di farmaci. È stato inoltre sottolineato come alcune figure apicali non risultassero presenti nelle chat oggetto di indagine.
Un quadro investigativo definito dallo stesso testimone “inquietante”, che ha costituito la base dell’impianto accusatorio oggi al vaglio del tribunale.














