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Saluzzese | 21 maggio 2013, 11:30

Il Giacomo del famoso trio si racconta in carcere a Saluzzo

Il comico ha presentato ieri ai detenuti il suo libro “Alto come un vaso di gerani”, parlando dei miracoli della sua vita dall’infanzia all’incontro con Aldo e Giovanni, passando per i tempi duri e le fragilità.

Marco Piccat, Giacomo Poretti, Giorgio Leggieri direttore del carcere di Saluzzo

Marco Piccat, Giacomo Poretti, Giorgio Leggieri direttore del carcere di Saluzzo

E, alla fine non poteva mancare la domanda sul carcere. Perché il contesto era quello: la casa circondariale "Morandi" di Saluzzo dove Giacomo Poretti, del trio Aldo, Giovanni e Giacomo ha presentato ieri il suo libro “Alto come un vaso di gerani”, ultimo appuntamento di Voltapagina succursale del Salone del libro di Torino.

Non è il primo confronto con i detenuti, ho girato altre carceri”  ha risposto con ironia in riferimento all’esperienze di volontariato sociale dietro le sbarre, riflettendo a voce alta che il non essere dentro, a volte, è questione di miracolo, uno dei tanti che accompagna la sua vita, e di fortuna. Come è successo a lui, nel periodo della militanza politica nella Milano degli anni Settanta, quando in una manifestazione di piazza rischiò di rendere sottile il confine che lo divideva dal reato: la paura di poter commettere qualcosa di grave fermò lui e i compagni  nell’inseguimento di un “nemico” di diversa fazione.

Il timore della prigione  l’ho dentro fin da bambino. La colonia è il mio piccolo grande carcere.” Ha continuato svolgendo il nastro del suo dietro le quinte, con l’immagine del bambino alto come un vaso di gerani. “Avevo 4 anni non crescevo, il medico disse che ero linfatico, la malattia inventata degli anni ’60 con la necessità di mare. Per far vedere il mare ai bambini poveri, come ero io, figlio di operai, avevano inventato la colonia. La mia era a Pietra Ligure a  170 chilometri dalla mia felicità. Anche il ritorno a casa fu un trauma per l’arrivo in ritardo dei miei  genitori con le signorine addette alla custodia dei bambini che commentavano: ogni anno ne abbandonano uno”.

Ha fatto sorridere, ridere, l’attore anche se non vestiva i panni del comico. Ma la bellezza dell’incontro al Morandi  è stato conoscere Giacomo Poretti persona, fuori dal cliché conosciuto. Il volto amico che buca il video, ha creato amicizia e fatto entrare in famigliarità nelle somiglianze di esperienze e ricordi infantili.

Oggi è l’ artista affermato, campione di incassi con il trio, ma dietro c’è la vita che parte da origini povere e felici, i tempi duri in cui faceva l’operaio in fabbrica con l’orgoglio della tuta blu e poi quello di infermiere, i tempi magri della prima fase della sua carriera, la passione per l’Inter, la fede, i ricordi degli amici, l’oratorio, l’amore per moglie e figlio, la  fragilità per il complesso della statura. Le racconta agli altri per relazionarsi e svelarsi.

“Un racconto di racconti”  lo ha definito, uno dei detenuti presente all’incontro, definizione piaciuta all’autore che ama la musicalità dello scrivere “E’ un libro in cui ho voluto dar conto di una testimonianza: ogni vita lo è, ognuno di noi ha il suo modo di lasciare testimonianza del suo passaggio terreno. Ma è anche un racconto autobiografico per mio figlio. Raccontando a lui, riflettevo e potevo rigiudicare la mia vita”.

Nella sua vita ci sono “Linguaggi e mestieri diversi  per stupire soprattutto sé stesso  e far riflettere sull’esistenza” ha sottolineato il docente Marco Piccat, relatore dell’incontro, nell’introduzione.  “ Introduzione talmente ben fatta -  ha commentato il comico -  da farmi capire ciò che ho scritto. Non sempre l’artista ne è consapevole.” .

Per i saluzzesi, anche un riferimento cittadino nell’autobiografia   e per lo scrittore un primo incontro con la città: per il Natale della 3° elementare, Giacomino  ricevette in dono oltre ai soldatini, il libro ideale “Le mie prigioni” dell’illustre Silvio Pellico, che qui ebbe i natali.

C’è una data di confine: 16 anni, il prima e il dopo nel libro che lui pensava di intitolare “Che paura la vita!”. Nel dopo anche la scoperta di Milano di cui si innamora, città verticale in cui per incontrarsi bisogna darsi appuntamento contrapposta a Villa Cortese, il paese  dell’infanzia e fanciullezza, paese orizzontale dove è più facile che un amico che ti incontra ti inviti a cena.

La sua storia nel libro si ferma prima della fama del trio “Aldo Giovanni e Giacomo” in sodalizio da 28 anni: “qualcosa di miracoloso” ..

Come avvenne l’incontro? "Era il 1985,  nella  Milano  che ha lanciato  grandi comici, in un localino  dove con 5 mila lire ti davano  birra e spettacolo.  Sul palco esce un tipo alto che parlava con accento bolognese, perché si vergognava di essere terun. L’altro, basso con i baffoni, gli saltava in braccio, si arrampicava sulle gambe come un boa constrictor e alla fine gli metteva in testa una di quelle bandierine da aperitivo dicendo “ho scalato il Machu Picchu”. Con questi due ci voglio lavorare  mi dissi."


E’ l’evento che cambia la vita.

1,58 cm di altezza:  il rapporto con la statura ora che è grande?" Oltre al linfatismo, al temperamento ansioso, soffrivo per questo complesso di inferiorità.  Chiedevo di farmi crescere, volevo diventare alto. Mai poi ho fatto della bassezza un punto di forza.”.

La preghiera come richiesta, usata per la statura e per l’Inter. “Fammi vincere la Coppa dei Campioni che poi non chiedo più niente per 10 anni. Se per altri sette anni perderemo, saprete il perchéMa con il tempo ho capito che no si deve pregare solo per i favori" ha concluso rituffandosi nei ricordi infantili del Natale e dell’iconografia del presepe.

Ricordi che maneggia con cura come le statuine che ogni anno suo padre, tirava fuori dalle scatole. “L’educazione alla fede è cominciata dalle domande che facevo ai genitori davanti al presepe. Mi colpiva il volto triste della statuina di Giuseppe ed ero stupito che nessuno andasse a complimentarsi con lui per la nascita Anche adesso faccio il presepe con mio figlio, ma di San Giuseppe faccio parlare a mia moglie.”

Al termine dell’incontro l’omaggio al comico con tre poesie, due dei detenuti del carcere, la terza di Carlo Gaeta allievo del liceo classico Bodoni.

 

Vilma Brignone

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