L'obiettivo del progetto di integrazione europea promosso all’inizio degli anni ’50 dai suoi sei Paesi fondatori era quello di unire le sorti del continente, allora diviso dalla cortina di ferro e vittima di una tenace “guerra fredda”. Con il passare degli anni il processo di unificazione ha proceduto a ritmo misurato fino ad associare 15 partner nel 1995. All’inizio di questo secolo, nel giro di dieci anni – dal 2004 al 2013 – altri 13 Paesi hanno raggiunto l’Unione Europea, portando ad oltre mezzo miliardo i suoi cittadini. Si è trattato di un processo tutt’altro che scontato, se si ha memoria di che cos’era questo continente alla fine della seconda guerra mondiale, appena poco più di sessant’anni fa.A rileggere oggi questa straordinaria evoluzione non si può, accanto alle prevalenti valutazioni positive, non segnalare alcune “faglie” che incombono sulla struttura dell’Unione Europea e per le crescenti divergenze di visione del progetto comunitario e per le “doppie velocità” da tempo attive nell’universo comunitario. In particolare pesano le divergenti dinamiche economiche e sociali tra il sud e il nord dell’UE, ma più ancora l’adozione della moneta unica, l’euro, da parte di 18 Paesi (con l’ingresso recente della Lettonia nell’eurozona) sui 28 che compongono attualmente l’UE.
Se poi a questa “divisione” si dovesse aggiungere – come qualcuno vorrebbe – un’ulteriore articolazione tra “euro forte” a nord e “euro debole” a sud, allora le conseguenze sul processo di unificazione continentale potrebbero diventare pesanti fino a dissolvere quel processo che ha portato pace e benessere in Europa. Tutto questo, a cent’anni dall’inizio della “Grande guerra”, iniziata in Europa nel 1914 e conclusasi con il Trattato di Versailles nel 1919, “un armistizio durato vent’anni”, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939 con le conseguenze tragiche che conosciamo ma che troppi europei tendono a rimuovere.
Ingresso riservato agli associati.













