Nell’ambito delle iniziative organizzate per commemorare il 25 aprile, giovedì 11 aprile, alle ore 18.00 presso l’ex Chiesa di Sant’Agostino (piazzetta Arimondi - Savigliano) sarà presentato il libro “Trentadue mesi. Un internato alla deriva per l'Europa” (Joker Edizioni).
Durante l’incontro, organizzato dall’Assessorato alla Cultura – Biblioteca Civica, Lodovico Buscatti dialogherà con Silvia Alessio, curatrice del volume.
Ma chi era Aldo Adorno? Il 4 gennaio del 1943 Aldo Aldorno era un diciannovenne agli inizi del suo percorso militare che si trasformò, purtroppo, in deportazione, negazione della libertà e determinò il suo ritorno a casa solo il 12 settembre 1945: trentadue mesi nei quali transitò in diversi campi di lavoro all’interno dei quali dovette sopportare le terribili condizioni degli internati militari, dovendo unicamente ubbidire, tacere, soffrire la fame, la sete, il sonno, il lavoro, le fatiche, la paura.
Come soldato italiano catturato, fin dai primi giorni della prigionia, Adorno scoprì di avere lo status non di prigioniero di guerra, ma di manodopera schiava, privata di ogni diritto. Gli Internati Militari infatti subirono spesso condizioni peggiori rispetto ad altri prigionieri di guerra, costretti a lavori forzati presso l’industria tedesca e molte privazioni. Moltissimi persero la vita in operazioni pericolose o a causa dei maltrattamenti, della denutrizione ma anche, per i sopravvissuti, l’odissea del ritorno.
Tra coloro che riuscirono a tornare, moltissimi decisero di non raccontare le proprie vicende. Altri lo fecero a distanza di anni per superare il dolore ma, soprattutto, per fare in modo che non venisse dimenticato ciò che avevano subito.
Anche Aldo Adorno (cui è stata assegnata la Medaglia d’Onore del Presidente della Repubblica nel 2013) alcuni anni dopo la fine della guerra decise di stendere le sue memorie che sono poi state raccolte dalla nipote Silvia Alessio nel libro presentato.
Matelica (Marche), poi la Grecia e, successivamente, Luckenwalde nei pressi di Berlino e, ancora, il lager di Dieffenbachstrasse 60 a Berlino, infine la regione dei Sudeti: sono questi i luoghi attraverso i quali l’ex fante del 52° Reggimento accompagna il lettore in un viaggio-ricordo, con cui rivive la sua drammatica esperienza che lo segnò per tutta la vita. Una realtà dove le regole sono imposte da altri, in dipendenza di fatti ed eventi eccezionali, dove la personalità individuale è totalmente annullata, dove le uniche cose che rimangono all’individuo stesso sono il pensiero, la memoria e lo spirito di sopravvivenza: perché questi sentimenti non possono essere requisiti.
Ricordare Purtroppo diventa sempre più importante, ma lo è altrettanto l’esigenza di capire e incontri come quello di giovedì 11 aprile possono, forse, contribuire.
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