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Attualità | 08 maggio 2020, 10:04

La quotidianità al tempo del Covid-19: per lo psicologo Vittorio Gonella "i bambini non sono supereroi, bisogna riconoscere la loro fragilità"

Una riflessione sul mondo dei bambini e su come stanno vivendo un momento difficile da interpretare, anche per gli adulti

“Dei bambini non si sa niente” recita il titolo di un romanzo di Simona Vinci. Al netto dell’argomento del libro, che sonda aspetti dell’infanzia che poco hanno a che vedere con il Covid-19, l’affermazione ci sembra calzante a questo periodo storico.

Perché quando si parla di bambini non si parla di una categoria di persone, se mai le persone si possono categorizzare, in qualche modo omogenea, ma di un’infinita ed eterogenea quantità di sfumature, emozioni, vissuti personali e contesti.

In questo avvio di Fase 2 che vede una parziale riapertura delle attività produttive che non si accompagna a una ripresa della socialità sia per gli adulti che, in misura maggiore per i bambini, abbiamo chiacchierato con il dottor Vittorio Gonella, psicologo e psicoterapeuta, esperto in età evolutiva.

Siamo partiti dal ritornello ripetuto quasi come un mantra che i bambini hanno risorse emotive maggiori rispetto agli adulti e che, quindi, per loro questa situazione sia in qualche modo meno difficile da affrontare rispetto agli adulti: “Ho avuto l’impressione che in alcuni contesti questa frase fosse una splendida giustificazione che permetteva agli adulti, a coloro che decidono, di tranquillizzarsi e di immaginare i bambini come dei supereroi che hanno solo risorse e non fragilità e angosce”.

Innanzitutto occorre partire dal presupposto che non tutti i bambini siano uguali e soprattutto che non tutte le famiglie siano uguali e stiano vivendo questo momento con il medesimo approccio: difficoltà economiche, differenti modi di percepire, e dunque far percepire ai bambini, la paura per l’emergenza sanitaria, mura domestiche diverse per contesto e per spazi fisici. “I bambini che hanno più risorse di fatto sono quelli che hanno genitori con più risorse pratiche, economiche ed emotive. Chi è riuscito ad affrontare questa emergenza senza far passare o respirare troppa preoccupazione ai figli, ha consentito loro di gestire al meglio le risorse. L’idea sbagliata, a mio avviso, è che si sia arrivati a dire che a loro avremmo potuto pensare dopo”.

Naturalmente non c’è la ricetta e la rapidità con la quale la vita quotidiana di ciascuno di noi è cambiata non ha consentito di essere attrezzati emotivamente a quello a cui saremmo andati incontro: “Due mesi fa ci siamo trovati in una situazione che non era immaginabile ed era completamente sconosciuta a tutti. Questo ha delle ripercussioni anche a livello psichico. In una società fatta di alta velocità, di bambini pieni di attività e di adulti sempre pieni di cose da fare, improvvisamente, il Presidente del Consiglio ci ha detto di stare a casa. Non è stato solo un problema pratico, ma anche emotivo. Ognuno di noi ha messo in conto una dose di depressione che, come dice Bolognini, psicoanalista di fama internazionale, è anche sana. Ognuno di noi ha dovuto entrare in contatto con la propria famiglia e con le mura domestiche in un modo diverso e non tutti possono riuscire a rimodularsi, a ritrovarsi in questi contesti. Se normalmente vedo mio figlio, che mi fa dannare, due ore la sera, adesso sto con lui 24 ore al giorno e lo stesso vale per tutti i familiari. Lo sforzo richiesto è stato più fattibile per chi era più pronto, mentre per contesti familiari fragili è molto più difficile e non solo per le preoccupazioni economiche, ma anche per tutti gli aspetti consci e inconsci di noi stessi con cui facevamo i conti in modi diversi”.

Se dunque per alcuni nuclei familiari, ciascuno con le proprie difficoltà, ci sono stati strumenti per affrontare la quarantena tra cucina, maratone di film e didattica a distanza, cogliendo di questo periodo anche l’incredibile opportunità di condividere un tempo normalmente negato, di godere in certa misura di una lentezza che normalmente la società ci preclude, ecco che ce ne sono altre che si sono trovate a fare i conti con spazi asfittici, relazioni instabili, tensioni con le quali fare i conti senza soluzione di continuità.

In questo contesto coloro che già avevano bisogno di un supporto terapeutico hanno dovuto confrontarsi, se non con una sospensione, con un cambiamento perché la seduta vis a vis, lo spazio neutro dello studio erano preclusi: “Intanto anche il terapeuta ha, in questo contesto, un carico emotivo con cui fare i conti in un contesto sconosciuto e questo può aver influito sulle scelte dei singoli. Abbiamo tutti dovuto prendere delle decisioni in poco tempo ed è mancato il commiato. Ci sono altri momenti in cui le sedute si sospendono per un periodo anche lungo, in estate ad esempio, ma c’è sempre un momento in cui guardando negli occhi il bambino si spiega che non ci si vedrà per un po’, ma che ci si incontrerà di nuovo. L’interruzione è stata brusca. In questo momento le terapie con l’infanzia sono sospese, manca il contatto che è uno dei presupposti fondamentali. In alcuni casi, con gli adulti e con gli adolescenti, ci sono incontri online, ma  questo mette in campo tutta una serie di variabili. Innanzitutto manca lo spazio neutro dello studio del terapeuta, attrezzato appositamente per l’attività, poi si entra di fatto in casa delle famiglie e non tutti sono a loro agio in questa situazione. Certo, si è mantenuto un filo con le famiglie per sapere come sta il bambino, se i genitori hanno bisogno di confrontarsi. Per me personalmente è stato importante telefonare ai genitori perché dicessero al loro figlio che ero vivo e stavo bene. In un periodo così circondato da notizie negative e di morte, anche i bambini avevano il timore che qualcuno di conosciuto si sarebbe potuto ammalare, che la persona lontana non l’avrebbero più vista”.

Una cambiamento repentino che è stato uno strappo doloroso sia per i pazienti sia per i terapeuti stessi.

Ora si potrebbe dire che, con la fine della Fase 1, si possa tornare alla normalità. Questo è vero anche per i bambini? “Sono preoccupato per quello che accadrà ai bambini nella fase 2. Fino a ora tutto il mondo si è fermato, tutti eravamo in una situazione nuova, inedita, tutti eravamo fermi. Adesso i bambini potranno uscire, ma non giocare con gli amichetti. Se e quando riprenderanno asili, scuole, estate ragazzi, non sarà come prima. Dobbiamo, proprio in questa fase, uscire dal pensiero che i bambini sono ricchi di risorse. Dovremo dare voce alle loro possibili fragilità. A loro mancherà l’utilizzo del corpo per comunicare. Pensiamo alle nostre reazioni di adulti: subito abbiamo pensato all’arcobaleno, poi all’io resto a casa, ora dobbiamo fare attenzione a non pensare finalmente siamo liberi e i bambini possono correre e divertirsi. Potrà anche esserci una libertà di movimento, ma nella nostra mente si sono iscritte angosce, preoccupazioni, paure e dubbi con si risolveranno nemmeno con un vaccino, che non sarà mentale. La nostra mente ha tempi diversi e per questo temo che la Fase 2 potrà essere ancora più faticosa”.

Il dottor Gonella racconta dell’approccio dei bambini al pensiero magico: se un bambino desidera andare al parco giochi il giorno successivo, pensa che non potrà assolutamente piovere e al limite che, se anche ci fosse una nuvola, il papà o la mamma la potranno far andar via: “La realtà di questo momento impedirà ai bambini di rifugiarsi nel pensiero magico: vedo il mio amico, voglio giocare con lui e la risposta è no. Torno all’asilo e penso che sia tutto come prima e la risposta è ancora no. Certo, loro si adatteranno, ma noi li dobbiamo aiutare”.

Ecco il grande nodo del problema, aiutare i bambini, ma come in una situazione di cui gli stessi adulti non hanno percezione? Nessuno sa quando e come torneremo a vivere come prima, di fatto non sappiamo nemmeno se torneremo alla nostra vita precedente e, in qualche misura, se, di fatto, lo vorremo fare. Cosa dobbiamo evitare con i bambini più piccoli: “Non dobbiamo dire loro: che bello guarda come ti diverti in giardino tutto il giorno! Non dobbiamo dire loro che è tutto come prima, perché non lo è. Quello che possiamo fare è ammettere che sia un periodo brutto per loro, ammettere che quello stare in giardino tutto il giorno, per chi può farlo, senza contatti con altri bambini sia una gran fatica, che vedere l’amico e non poterlo toccare sia una gran fatica! Il fatto che per molti bambini in questo momento sia difficile mantenere il rapporto sonno veglia, è un segnale di queste fatiche. Dobbiamo cercare di riconoscere queste fatiche emotive che ci saranno senza dubbio. Non possiamo ripararci serenamente dietro alle loro risorse”.

Un’ultima riflessione nasce dall’eventuale riapertura di strutture dedicate ai più piccoli: “In questo periodo molte famiglie si stanno confrontando con l’esigenza di interagire con i propri figli a lungo senza una rete di supporto: asili, nonni, estate ragazzi, ma una domanda da porsi è anche se i genitori saranno pronti a lasciare i loro figli in un asilo. Si fideranno?”

A questa domanda, al momento, non c’è una risposta, ma dà una nuova chiave di lettura al momento storico che stiamo vivendo: da un lato l’esigenza anche pratica di avere una rete per la custodia e la crescita dei bambini mentre i genitori sono al lavoro, dall’altro il grande dubbio su come, dove e quando ci si sentirà effettivamente pronti a lasciare i propri figli ad altri: “Se un genitore è molto ansioso e ha vissuto questo periodo con paura, il bambino a scuola proverà un’ambivalenza tra la gioia e la paura di esserci che è, secondo me, da tenere in considerazione. Se anche si riuscirà a organizzare qualcosa non è detto che i bambini la vivano a loro agio. Io credo che sarebbe utile sentire i genitori e capire se e cosa si sentono di fare”.

Agata Pagani

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