Riceviamo e pubblichiamo la comunicazione di Giovanni Damiano, di Saluzzo:
L’accesso al sito della Regione Piemonte, nello specifico al Sistema regionale delle aree protette, consente di conoscere quali e quante siano le zone destinate alla tutela naturalistica.
La norma di riferimento è la legge regionale 29 luglio 2009, n. 19 e le classifica in Parco Naturale, Riserva Naturale e Riserva speciale, per un totale di 101 realtà. Voce a sé i Parchi Nazionali, che in Piemonte sono due: il Gran Paradiso e quello della Val Grande. Vengono poi i Parchi regionali del Marguareis, istituito nel 1978 ed esteso 8.073 ettari e l’Alpi Marittime nato nel 1980, che occupa una superficie di 28.455 ettari.
I Parchi naturali della Collina di Superga e di Stupinigi, a ridosso di Torino, nascono nei primi anno ‘90 occupando superfici di 801 e 1.758 ettari. Il Parco del Monviso, istituito nel 2018 copre una superficie di ben 9.155 ettari. Da quell’anno si nota un certo incremento di aree protette di piccole dimensioni e anche in zone di pianura: non essendo aree di particolare pregio naturalistico, viene da pensare che si tratti di qualche contentino politico? La piccola colonia di pipistrelli o la presenza di qualche anfibio dal nome altisonante smuovono sensibilità inaspettate, mentre i cinghiali - che certo stupidi non sono - tirano un sospiro di sollievo in queste aree “caccia free”!
Il totale delle aree protette della Regione Piemonte (considerando i due Parchi nazionali citati) è quindi di 253 mila 635 ettari, per un totale dell’8,2 % del territorio regionale. Ma il conto non è completo. Se si cerca di capire l’entità delle superfici previste dal Piano Faunistico Regionale il discorso si complica: le superfici protette dalla Rete Natura 2000 (Zone a Protezione Speciale, Siti di Interesse Comunitario e Siti di Interesse Regionale) sono il 15,9%, di cui però non fanno parte le Zone di Oasi e le Zone di Ripopolamento e cattura o Centri Privati di Riproduzione Fauna Selvatica, previste dai Piani Faunistici di ciascuna singola Provincia o area metropolitana, che stimiamo possa essere un altro 6/8%.
Da un calcolo attendibile si può affermare che le superfici di divieto di caccia in Piemonte si aggirino intorno al 30% del territorio regionale per circa 8 mila chilometri quadrati, senza contare le città, le strade e altre zone interdette o impraticabili. E’ tanto o è poco? Certo è un terzo del territorio regionale!
Questo per arrivare a dire cosa? Che le sensibilità ambientali sono giuste e denotano il livello di civiltà di un popolo, ma se la cosa scappa di mano si possono avere conseguenze gravi come il proliferare del cinghiale, anche in relazione all’emergenza Peste Suina Africana.
Considerando poi che gli Enti gestori di queste aree protette preferiscono fare “orecchie da mercante” di fronte alla gestione faunistica, accampando conflitti di competenze, problemi di regolamento o carenze di uomini e mezzi, la frittata è fatta. La collaborazione tra il mondo agricolo, venatorio e ambientalista viene così meno e, sollevata una cortina fumogena, nella perenne rissosa attribuzione di colpe agli altri tutto resta come prima.
Anche il problema, che rimane irrisolto.
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giovedì 16 aprile
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