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Eventi | 20 gennaio 2026, 17:06

Fabrizio Testa, Ceo di Borsa Italiana, interviene all'interclub Rotary del Cuneese con una riflessione sul futuro dell'economia

Dal ruolo dei mercati finanziari all'intelligenza artificiale, dal ritardo europeo e alla sfida tecnologica che sta ridisegnando imprese e lavoro

Fabrizio Testa, Ceo di Borsa Italiana, interviene all'interclub Rotary del Cuneese con una riflessione sul futuro dell'economia

La Borsa non è un casinò, né un mondo distante dalla vita reale. È un’infrastruttura economica. Un luogo – oggi digitale – in cui il risparmio incontra l’impresa. È da questo concetto essenziale che Fabrizio Testa, amministratore delegato di Borsa Italiana, ha avviato il suo intervento all’interclub dei Rotary di Alba, Bra, Mondovì, Porta delle Alpi e Savigliano.

La funzione dei mercati finanziari, ha ricordato, è sempre stata la stessa: canalizzare capitali verso l’economia reale. Cambiano gli strumenti – dalle azioni agli ETF, dai fondi ai prodotti strutturati – ma non la logica di fondo. Quando il ponte funziona, le imprese crescono. Quando si interrompe, il capitale resta fermo o prende altre strade.

Un’Italia più solida, ma ancora poco capitalizzata

Negli ultimi anni l’Italia ha riconquistato credibilità sui mercati. Il miglioramento del rating, la riduzione dello spread e una maggiore stabilità politica hanno reso il Paese più attraente agli occhi degli investitori internazionali. Un segnale evidente è il fatto che oggi il debito italiano costa meno di quello francese.

Anche la struttura del debito pubblico gioca un ruolo chiave: circa il 75% è detenuto da investitori domestici. Questo riduce il rischio di fughe improvvise di capitale e rende il sistema più resiliente nei momenti di crisi.

Eppure, questa solidità macro non si traduce ancora in un pieno sviluppo del mercato dei capitali. Le imprese italiane restano sottocapitalizzate, soprattutto se confrontate con i grandi gruppi americani o asiatici.

Il paradosso di Piazza Affari

Il 2024 è stato un anno storico per la Borsa italiana: la capitalizzazione ha superato i 1.000 miliardi di euro, tornando a rappresentare circa il 46–47% del PIL. Un progresso significativo, ma ancora lontano dagli standard di altre economie avanzate, dove il valore delle Borse supera ampiamente il prodotto interno lordo.

Un altro paradosso riguarda la composizione degli investitori. I fondi italiani hanno un’esposizione molto limitata sull’azionario domestico, inferiore al 2%. Al contrario, gli investitori stranieri sono protagonisti, soprattutto nelle grandi aziende e nel segmento STAR, dedicato alle imprese di media dimensione più strutturate.

Il messaggio è chiaro: quando le imprese sono trasparenti e ben governate, il capitale arriva, anche dall’estero. Ma il sistema Italia fatica ancora a coinvolgere pienamente il proprio risparmio.

Il vero problema europeo: la dimensione conta

Il limite non è solo italiano. È europeo. L’Europa soffre di una cronica mancanza di grandi campioni industriali in grado di competere a livello globale. Il confronto con gli Stati Uniti è impietoso: una singola banca americana, JP Morgan, capitalizza quanto tutte le principali banche europee messe insieme.

Lo stesso vale per la tecnologia. Le Big Tech statunitensi valgono, singolarmente, più del PIL di molti Paesi europei. Questo non è solo un problema di orgoglio industriale, ma di capacità di investimento.

Ricerca, sviluppo e il ritardo accumulato

Nel 2010 Europa e Stati Uniti investivano cifre simili in ricerca e sviluppo. Da allora, le strade si sono separate. Oggi gli Stati Uniti investono oltre il 6,5% del valore delle loro aziende in R&S, contro meno del 5% in Europa.

La differenza non è solo percentuale, ma strutturale: investire il 6% su una capitalizzazione enorme significa generare un vantaggio cumulativo che si autoalimenta. È così che sono nati i colossi tecnologici che oggi dominano i mercati globali.

Il risparmio italiano: enorme, ma fermo

L’Italia resta uno dei Paesi con il più alto risparmio privato al mondo. La ricchezza delle famiglie supera i 12.000 miliardi di euro. Ma è una ricchezza in gran parte immobilizzata: circa metà è investita in immobili, mentre oltre 2.500 miliardi restano sui conti correnti.

Vent’anni fa la ricchezza delle famiglie europee era comparabile a quella americana. Oggi il divario è enorme. La differenza? Negli Stati Uniti il risparmio è stato messo a lavorare, soprattutto sui mercati azionari.

Perché quotarsi cambia davvero le imprese

La quotazione in Borsa non serve solo a raccogliere capitali. Serve a cambiare mentalità. Costringe le imprese a dotarsi di una governance più solida, di sistemi di controllo, di una pianificazione strategica credibile.

Diventa anche uno strumento decisivo per affrontare il passaggio generazionale e per attrarre talenti, sempre più sensibili alla solidità e alla visione di lungo periodo delle aziende.

L’intelligenza artificiale come spartiacque

È nella parte finale dell’intervento che il discorso si apre alla vera sfida del presente: l’intelligenza artificiale. Non come moda tecnologica, ma come fattore di trasformazione strutturale dell’economia.

Secondo Testa, l’AI non distruggerà lavoro, ma moltiplicherà la produttività. In un’Europa che invecchia e perde forza lavoro, l’intelligenza artificiale può compensare il calo demografico e accelerare processi che prima richiedevano anni.

Il settore della medicina è un esempio evidente: l’uso di tecnologie avanzate ha permesso di velocizzare enormemente i processi di ricerca e sperimentazione, come dimostrato durante la pandemia.

AI, finanza e rischio “Kodak moment”

L’intelligenza artificiale, però, non riguarda solo le imprese manifatturiere o i servizi. Riguarda anche la finanza stessa. Le nuove tecnologie consentono oggi di replicare azioni, obbligazioni e fondi tramite sistemi di tokenizzazione e blockchain, riducendo tempi e costi di scambio.

Questo apre uno scenario inedito: i mercati tradizionali rischiano un “Kodak moment”, cioè di essere superati da nuovi modelli digitali se non si adattano in tempo.

Le nuove generazioni sono già native digitali. Per molti giovani investire non significa più entrare in una Borsa regolamentata, ma scambiare asset digitali su piattaforme decentralizzate che replicano l’andamento dei titoli tradizionali.

Il rischio europeo: regolare senza innovare

L’Europa, ha osservato Testa, rischia di ripetere un errore già visto. È molto brava a regolamentare, meno a creare mercati e campioni industriali. Ha prodotto una delle regolamentazioni sull’intelligenza artificiale più avanzate al mondo, ma non ha ancora grandi player tecnologici da regolare.

Il rischio è che capitali e talenti continuino a fluire verso Stati Uniti e Asia, lasciando l’Europa in una posizione di rincorsa permanente.

La conclusione: il capitale come leva del futuro

Il messaggio finale è netto: senza mercati dei capitali forti non c’è crescita sostenibile. Né per le imprese, né per i Paesi, né per l’Europa.

La sfida è culturale prima ancora che finanziaria: convincere famiglie e imprese che il capitale deve essere messo a lavorare, che crescere non è una colpa e che l’innovazione, a partire dall’intelligenza artificiale, richiede risorse, visione e coraggio.

La Borsa, in questo scenario, non è il problema. È parte della soluzione.

cs

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