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Eventi | 18 marzo 2026, 06:33

Il 18 marzo l’Italia celebra la Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid

Una data simbolica che ci ricorda il dramma che abbiamo vissuto, chi siamo e chi eravamo

(Disegno di Manuela Fissore)

(Disegno di Manuela Fissore)

Bandiere a mezz’asta in tutti i Comuni italiani e un minuto di silenzio davanti al tricolore. Il nostro Paese ricorda così i 103mila morti per Covid. E lo fa il 18 marzo, anniversario della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’epidemia da Coronavirus.

Era il 18 marzo 2020 e l’Italia affrontava il suo giorno più nero: i posti letto negli ospedali non bastavano più, i cimiteri lombardi erano al collasso, gli stessi parroci smettevano di far suonare a morto le campane, diventate angoscianti per l’intera cittadinanza, e il bollettino registrava 2.978 vittime su scala nazionale.

Impossibile dimenticare l’immagine del convoglio militare partito da Bergamo, la città più colpita dalla prima ondata di epidemia in Italia, per trasportare le bare con le vittime del coronavirus e portarle in altre città, in altre regioni, per la cremazione. Erano una trentina di camion, al loro interno almeno settanta feretri.

Quella colonna di mezzi colpì fortemente l’opinione pubblica e fece sì che tutti si rendessero conto di cosa stesse davvero succedendo, per questo è diventata simbolica di tutto quel periodo buio per il nostro Paese, che è stato uno dei più colpiti all’inizio della pandemia, e poi per tutto il mondo.

Da allora sono già passati sei anni. Quella data ha cambiato per sempre le nostre vite, e ci ha mostrato l’Italia come non l’avevamo mai vista. Niente più traffico, niente più mezzi imballati, niente più negozi pieni. In pratica l’unico suono che scandiva le giornate fuori dalle mura di casa era quello delle sirene. È il giorno in cui abbiamo dovuto fare i conti con il Covid-19.

Ricordiamo tutto quello che è successo, dal silenzio irreale delle città in lockdown alla noncuranza con cui pensavamo che quell’incubo sarebbe durato giusto un paio di settimane. Ecco, non è andata esattamente così. 

In un periodo in cui le uscite di casa erano centellinate, la necessità di fare la spesa si trasformava anche in una piccola valvola di sfogo, un modo per scandire giornate altrimenti tutte uguali fra loro. Anche se l’esperienza, comunque, non era esattamente piacevole tra code lunghissime, distanziamenti, e soprattutto la crescente difficoltà nel trovare gli alimenti necessari. Vi ricordate? E l’ossessione per il lievito di birra? Da prodotto di nicchia divenne un bene di necessità nel giro di poche settimane, come se davvero non potessimo fare altro che sfornare pizze h24. E adesso, perché le pizze e il pane non li facciamo più?

In certi casi, il Covid ha ribaltato le nostre priorità. A partire dallo smart working, cioè il poter lavorare da casa. Non è un caso se oggi i giovani puntano moltissimo su lavori che offrano flessibilità e lavoro da casa. Il “tele lavoro” o “lavoro agile” ci ha fatto guadagnare qualità della vita, anche se ormai quasi tutte le aziende hanno deciso di farci tornare stabilmente in ufficio. Peccato, in questo caso davvero non abbiamo imparato la lezione.

E poi ci siamo messi a cantare l’Inno d’Italia dai balconi: pentole, chitarre, applausi alle 18. Una serie di momenti collettivi che oggi, con il cinismo che è tornato protagonista delle nostre giornate, fa quasi tenerezza. Eravamo spaventati, ma eravamo insieme. E qualcuno magari ha anche rivalutato in positivo il vicino di casa con cui non aveva mai scambiato una parola. Di quel celebre cartello “Andrà tutto bene” oggi rimane giusto la testimonianza di un momento di sostegno reciproco, che è già dimenticato.

Sono passati 6 anni dal lockdown, da quel 9 marzo 2020: la pandemia è stata debellata, molte vite sono state salvate e le città hanno riacceso le luci. I bar sono tornati pieni, il traffico è di nuovo a pieno regime, l’economia ha ripreso a correre.

Ripensare a quei giorni, però, fa ancora malissimo: le città ferme (compresa la nostra, chiaramente) ci auguriamo di non vederle mai più in quelle condizioni. Ma se c’è una lezione che abbiamo imparato è quella che senza le persone, senza i locali aperti, senza tutta questa esplosione di vita, la città è solo una bellissima scatola vuota.

Silvia Gullino

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