"L’Arma mi ha dato tutto".
Marco Dainese lo dice con una commozione che non prova nemmeno a nascondere.
E' fresco di pensione, traguardo raggiunto con il grado di maggiore, a sessant’anni, come previsto dal regolamento dell’Arma dei Carabinieri. LEGGI QUI
Venerdì 5 giugno, in occasione della Festa dell'Arma, che celebra 212 di fondazione, ci sarà ancora la sua voce a scandire i momenti della cerimonia.
Ha lasciato il servizio da comandante del Nucleo Investigativo di Cuneo, dopo una lunga carriera iniziata quasi per caso – o forse per destino – a diciassette anni.

Nato a Torino, figlio di operai – il padre lavorava alla Michelin – racconta così l’inizio della sua avventura in divisa.
"Avevo finito le magistrali, ma non andavo bene a scuola. Ero in quell’età in cui si sogna altro. Mio padre mi disse: “Esci e vai a trovarti un lavoro”. Passai davanti a una caserma dei carabinieri, feci dieci passi oltre il portone, poi tornai indietro, di nuovo entrai e dissi: “Voglio fare il carabiniere”. Avevo 17 anni. Mio padre firmò la domanda. Era la stazione Torino Lingotto. Da lì è iniziata un’avventura meravigliosa, straordinaria".
Dainese parla con pacatezza. Viaggia indietro nel tempo, è come se facesse vedere ciò che racconta.
Di cose ne ha viste e fatte tante. Quarantatré anni sono un tempo lungo, nel quale ha attraversato l’Italia, incontrando mondi e persone diversissime.
"L’Arma mi ha permesso di studiare, di continuare gli studi universitari, di girare l’Italia e il mondo, di conoscere persone importantissime della politica e dello spettacolo, ma anche persone semplici, fragili, disperate. Una straordinaria varietà umana".
Tra i volti noti ricorda con simpatia Adriano Celentano, conosciuto ai tempi del comando a Bordighera.
E poi cita l'incontro con una delle figure più controverse del nostro recente passato, il leader di Autonomia Operaia Toni Negri: "Con lui ci fu un confronto di natura culturale e filosofica. Ognuno restando nel proprio ambito".
Figure carismatiche, ma i ricordi più carichi di umanità restano quelli legati alle persone incontrate nelle situazioni più difficili. Perché essere carabinieri è stare vicino alle persone, prima di tutto.
Tra quelle che più gli sono rimaste dentro c'è un uomo di Torino, che aveva gravi problemi relazionali e comportamenti violenti con le donne. "Lo arrestai in flagranza. Iniziammo un percorso di dialogo e ascolto, quasi per caso. Per un periodo veniva a trovarmi in caserma. Poi intraprese un percorso medico. Anni dopo mi scrisse una lettera bellissima: era riuscito a costruirsi una famiglia, ad avere figli, a reinserirsi nella società".
E poi ricorda il salvataggio di un uomo che tentò di togliersi la vita. Voleva lanciarsi nel Po con una Fiat Uno, nel Mantovano.
Con un collega riuscì a bloccarlo appena in tempo.
"Il giorno dopo ci accolse nella sua casa. Me la ricordo bene. Era poverissima ma piena di dignità. Ricordo il freddo, l’umidità, le caprette tenute in casa per ripararle dall’inverno. Tirò fuori un salame dalla dispensa, aveva le lacrime agli occhi e ci disse: “Grazie brigadiere, ieri mi avete salvato la vita. Oggi posso rivedere i miei figli”".
Il trasferimento in Granda avviene nel 2009. Fino al 2014 Dainese è stato in servizio a Borgo San Dalmazzo. Poi il passaggio a Cuneo, dove ha prestato servizio presso il Reparto Operativo di Cuneo, quale Comandante del Nucleo Investigativo.
Ormai Cuneo è la sua casa.
"Non sono uomo di grandi città, amo la provincia, che è l'ossatura del nostro Paese, autentica e concreta. Mi piace la dimensione cuneese, dove ho ritrovato la cultura della piazza, dell’incontro. La provincia di Cuneo ha ancora una forte identità. Si sente ancora parlare piemontese. È una cosa rara. Torino, sotto questo aspetto, ha perso molto di sé".
Ed è su Cuneo che gli chiediamo di raccontarci di qualche operazione particolarmente significativa.
Sono tante.
Ma ancora una volta il ricordo più vivo si mischia al contatto con la sofferenza umana, quella incontrata durante l'indagine “Trafficanti di anime”, che fece emergere il sistema dei “passeur” lungo la frontiera alpina.
"Scoprimmo un’organizzazione che trasportava migranti in condizioni disumane verso la Francia, su mezzi modificati all’ultimo momento per nascondere più persone possibili. Un’indagine complessa che portò a numerosi arresti".
Dainese ricorda che c'erano famiglie e bambini, nel gelo di gennaio ad Argentera. E ricorda la mobilitazione di colleghi e volontari per dare a queste persone disperate coperte, cibo e calore. Momenti in cui con la solidarietà cerca di contrastare la disperazione.
Tante, troppe le cose accadute in 43 anni per fare un elenco o una classifica. Gli incontri, le indagini, i confronti, i rapporti, il contatto con i cittadini. Tutto ha concorso a farlo diventare la persona che è oggi.
Difficile stare lontani da tutto questo, soprattutto se si hanno solo 60 anni e si è ancora carichi di entusiasmo ed energia.
Non pensa al riposo, infatti. La voglia di mettersi in gioco è ancora tanta e così la voglia di continuare a servire la comunità.
Qualche idea?
Glissa, ma fa capire che non è ancora tempo di vivere da pensionato. "Magari fra qualche anno, ma non adesso, perché sento di poter ancora dare qualcosa. Per questo, mi dichiaro a disposizione delle istituzioni e del cittadino".














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