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Eventi | 21 luglio 2026, 17:58

"Come nel Grande Nord", la mostra fotografica in val Varaita a borgata Rore

La squadra di Bonatti a settant’anni dalla prima traversata scialpinistica delle Alpi. Aperta tutti giorni dall’1 al 31 agosto

(Foto archivio Famiglia Dematteis)

(Foto archivio Famiglia Dematteis)

A settant’anni dalla prima traversata scialpinistica delle Alpi del 1956, sono tornati alla luce ben 300 negativi fotografici inediti e originali con cui Luigi Dematteis, giovane ingegnere torinese e appassionato sciatore, aveva documentato il raid ideato da Walter Bonatti, al quale lui stesso aveva partecipato.

Dopo un’accurata scansione digitale di alta qualità, una selezione di quegli inediti scatti è visibile nella mostra fotografica Come nel Grande Nord – La squadra di Bonatti a settant’anni dalla prima traversata scialpinistica delle Alpi, allestita a Lu Cunvent, in Valle Varaita (borgata Rore 63 - Sampeyre, aperta tutti giorni dall’1 al 31 agosto, dalle 15 alle 19 con inaugurazione sabato 1 agosto ore 16:30). L’esposizione è accompagnata da un corposo volume fotografico dallo stesso titolo, edito da Mulatero, con testi di Leonardo Bizzaro, Enrico Camanni, Cecco Dematteis, Maurizio Dematteis, Roberto Mantovani, Luca Mercalli, Daniele Cat Berro e Riccardo Topazio.

Nel gruppetto degli scialpinisti, in quella lontana primavera alpina del 1956, fredda e nevosa, oltre a Bonatti e a Dematteis, c’erano il capitano degli alpini Lorenzo Longo e il maestro di sci Alfredo Guy, entrambi di Bardonecchia. Tutti ragazzi cresciuti durante la guerra. Longo, 33 anni, istruttore di scialpinismo alla Scuola militare di Aosta, era reduce dalla deportazione in Polonia e in Germania, e nei mesi precedenti alla traversata si era occupato della logistica nelle Olimpiadi di Cortina. Dematteis, 26 anni, laureato al Politecnico di Torino, esperto di cartografia, se la cavava bene con la fotocamera e lavorava alla Fiat nel team di Dante Giacosa, cui si deve l’invenzione della nuova 500. Guy, classe 1919, era il più anziano del gruppo, il più abile sulla neve e dirigeva la Scuola di sci di Bardonecchia. Bonatti era già un nome di primo piano dell’alpinismo internazionale: a 21 anni aveva salito in prima assoluta la parete est del Grand Capucin, nel massiccio del Monte Bianco, era stato tra i protagonisti della “conquista” del K2 nel 1954, e nell’agosto del 1955 era riuscito a scalare da solo, in prima assoluta, il vertiginoso pilastro sud ovest del Petit Dru, sul versante francese del Bianco. Ma occorre ricordare anche un altro protagonista della traversata: Italo Toniutto, l’autista di Bardonecchia che, con la sua Fiat 600 Multipla, portava viveri e indumenti di ricambio nei punti prestabiliti ai quattro scialpinisti impegnati nel raid bianco.

Studiato sulla carta da Silvio Saglio, segretario generale del Club Alpino Italiano e curatore della collana Guida ai Monti d’Italia, il percorso della traversata si snodava da est a ovest per quasi 1800 chilometri e un dislivello totale di oltre 73.000 metri in salita. 

Bonatti e compagni partirono il 14 marzo 1956 da Stolvizza, all’estremità delle Alpi Giulie italiane, diretti alla vetta del Monte Canin, sullo spartiacque italo-sloveno, contando di concludere la loro fatica al Colle di Nava, al confine fra Piemonte e Liguria, poco dopo la metà maggio (arriveranno il giorno 18, secondo i tempi previsti).

Per completare il raid, la squadra degli scialpinisti impiegò complessivamente sessantasei giorni: sessanta su e giù per cime e valli, tre di sosta a causa del maltempo, e tre di riposo. La Federazione Italiana Sport Invernali dichiarò che l’impresa di Bonatti e compagni doveva essere considerata la prima traversata scialpinistica delle Alpi. E in effetti, quell’infinito raid in sci, portato a termine senza utilizzare mezzi di spostamento, costituiva un’autentica novità, se solo si pensa alle Alpi d’inverno nel dopoguerra, quando poche erano le funivie, rarissimi gli skilift e assai scarsi i luoghi in cui si poteva pernottare al caldo. E va ricordato che, per più di due mesi, qualunque cosa fosse accaduta, i protagonisti avrebbero dovuto cavarsela da soli, senza poter far conto su interventi esterni.

c.s.

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