Abbiamo incontrato il colonnello Luciano Garofano, invitato alla rassegna fossanese "Esperienze in giallo", che ha accettato di rispondere ad alcune nostre domande.
Colonnello, come mai ha scelto d'intraprendere questa professione?
“Sono figlio di un carabiniere, ma non avevo intenzione di seguire le orme paterne. Mi sono laureato in biologia, ho insegnato un anno alle scuole medie, poi ho saputo che esisteva la Polizia scientifica: nel 1977 ho iniziato questo lavoro che, negli anni è diventato determinante nei casi di omicidio”.
Lei ha seguito casi importanti, dal delitto di Cogne, a quello di Novi Ligure, qual è quello che l'ha colpito di più?
“Sicuramente quello di Novi Ligure: all’epoca i miei figli avevano l’età di Erika e Omar. Mi sono sempre chiesto come è stato possibile che Erika abbia assassinato il suo fratellino a cui voleva bene. Non sono riuscito a darmi una risposta“.
In televisione ci sono fictions che ricalcano il suo lavoro. Sono veritiere?
“No, direi che si banalizza la scena del crimine e che i buoni vincono sempre. La scena di un delitto è molto più complicata di così”.
Com’è possibile che in tribunale le perizie di parte su prove scientifiche arrivino a conclusioni opposte?
“ Perché in Italia non c’è una formazione ed una certificazione professionale. Le strutture, come i Ris, devono attenersi a protocolli, regole. Le Università non formano magistrati ed avvocati su questi aspetti. I professionisti privati non sono soggetti ad una certificazione. La prova scientifica anziché essere di aiuto, allo stato attuale genera confusione”.
Lei è stato accusato dai legali della Franzoni di non aver svolto correttamente i rilievi, cosa risponde?
“Il caso di Cogne è concluso. La signora è stata condannata in tutti i gradi di Giudizio. Noi non siamo infallibili, ma abbiamo agito con serietà e coscienza”.
Si è occupato della morte, avvenuta nei dintorni di Fossano, circa 10 anni fa, di Edoardo Agnelli. E’ stato un suicidio? Una tesi pare sostenere il contrario
“Ho collaborato con il medico legale. Sono intervenuto sulla scena dagli elementi raccolti ed abbiamo escluso il delitto anche camuffato. Direi che si tratta di un suicidio”.
Attualmente è impegnato nel delitto di Avetrana: i media hanno esagerato?
“Ormai è diventato un reality. La famiglia vuole verità e la giusta pena e si aspetta che le indagini e i riscontri scientifici siano di eccellenza”.
Secondo lei, il fatto che in televisione e sui giornali si diano informazioni su come non far intercettare un cellulare possono essere deleterie per il vostro lavoro?
“I Carabinieri, i Ris, le forze dell’ordine sono obbligate ad osservare il segreto istruttorio. Sicuramente sono informazioni che possono dare spunti a chi ha intenzione di delinquere. In ogni caso le stesse informazioni sarebbero poi pubbliche in fase di deposito degli atti processuali“.
Se lei dovesse commettere un omicidio, il suo sarebbe un delitto perfetto?
“Assolutamente no. Anch’io lascerei delle tracce, perché c’è sempre la componente emotiva, l’imprevisto…”.














