Calasetta è il ninnolo del Sud Ovest sardo. Esiste forse un nome più dolce tra tutti i toponimi del SUD SARDEGNA? Ed esiste un altro centro abitato più scenograficamente marino di questo agglomerato di case talmente pieno di luce da poter essere considerato simbolo stesso dei giochi di luce? Quando sull’Arcipelago del Sulcis si rincorrono i temporali è veramente molto raro che Calasetta non sia coronata da sprazzi di sole che perforano le nubi; se non il punto di partenza o di arrivo dell’arcobaleno. Ma se è sereno, arrivando sull’alto della strada che domina l’arcipelago (dopo aver attraversato Sant’Antioco in sul far dell’alba per prendere il traghetto), ti prende il cuore la vista lontana di quel bianco, indistinto, protendersi di Calasetta sul blu marino delle acque, con i minuti bagliori delle vetrate che rispecchiano il sole e le luci nelle case ancora accese; si che ti pare di ricevere un buon giorno tutto particolare, che sa di benedizione: mentre la sagoma del traghetto, in arrivo, sta superando la metà del braccio di mare che divide Calasetta da Carloforte. Il tratto di strada più poetico di tutto il Sulcis è tra i centri abitati di Sant’Antioco e Calasetta: ha molte curve, si snoda in una campagna splendida, quà e là gremita da una moltitudine di rocce dalle mille forme, che raccontano al vento la vecchiezza inaudita di queste terre emerse in periodi lontani. Rocce, che paiono animate, alcune venate da bagliori di manganese: sembra che fremino dal desiderio di farsi notare dal cielo e dalla gente, contendono gli spazi alla prepotenza della macchia mediterranea che le avvolge in un viluppo di foglie profumate, tutte di disegno diverso. Mirti, lentischi, cisti, filliree, elicrisi, rosmarini, palme nane, perastri. Ai bordi della strada domina l’acetosella. Dopo aver spaziato tra dolci monotonie di verde e giallo, terminato il tratto in salita, il mondo si apre. Tac! E’ come un colpo di bacchetta magica. Lo scenario è perfetto, degno di un regista che fa scuola. La vista si estende al margine dell’Isola di Sant’Antioco ove si adagia lo stupore incantato di Calasetta: da una smisurata penisola verde si protende il bianco materno dell’abitato quasi completamente avvolto dal cobalto ammaliatore del mare. Oltre lo stretto, tutta punteggiata di bianco, occhieggia la verdissima Isola di San Pietro. Calasetta è un abitato che ha ancora il nitore della semplicità: case a due piani, vie dritte che s’intersicano ad angolo retto, rumori ovattati di pacatezza, fruscio d’automobili a passo d’uomo. Dai cortili ombreggiati, di tanto in tanto, giungono suoni dimenticati: il tintinnio dei mescoli nei paioli d’acqua da bere, le voci burbere e cadenzate dei nonni, le risatine felici dei bambini. Le strade non sono fatte per correre in macchina ma per divertirsi col saluto, con la chiacchierata da una finestra all’altra, o tra passanti, o tra conduttori di vetture, perché no, chi l’ha detto che due automobilisti non possano parlare tra di loro, comodamente seduti al posto di guida in mezzo alla strada? Non è forse questo un luogo anti-stress dove il ritmo della vita è scandito da valori diversi rispetto a quello di un mondo soltanto frenetico? Sull’asfalto delle strade, sempre pulitissime, nella simpaticissima piazzetta – salotto con l’edificio del comune ed intorno alla chiesa, spiccano i disegni a gesso dei giochi dell’infanzia femminile d’un tempo che fu: qui sempre attuali. L’abitato è in pendenza: dal mare verso la bella possente torre antibarbaresca (XVII° Sec). Essa domina il tutto: le vie, le case, il porto, la spiaggia, la scogliera a pelo d’acqua, quella scoscesa, le campagne ricche di vigneti e fichi d’india recintati con paletti di granito appena abbozzati che paiono menhir. La lunghissima costa ad Ovest, a partire dalla Spiaggia Sottotorre, alla lunare Scogliera Maccari, alla Spiaggia Grande (che lambisce i romantici caseggiati ristrutturati dell’antica tonnara), e quindi alle scogliere basaltiche ed ai pinnacoli arditi del “Nido dei Passeri” è tutto un susseguirsi di magnificenze marine con epicentro lo scoglio sul quale si erge il Faro di Mangiabarche (perché qui, si sa, il mare, quando s’infuria, è peggio che nello Stretto di Magellano!). Nelle campagne a Sud di Calasetta è bellissimo camminare su antichi sentieri lastricati che il tempo ha quasi nascosto tra i cespugli, per andare alla ricerca dei nuraghi. Nel porto le imbarcazioni colorate giocano col blu; quelle con vela latina imitano le ali dei gabbiani; sui pescherecci d’altura vi è il fervore dei preparativi per il lavoro della prossima notte; il traghetto arriva e riparte facendo la spola per congiungere (in venti minuti) i rapporti umani, commerciali e turistici con Carloforte: che è là, quasi raggiungibile con la mano, e un pò gelosa di non raccogliere tutta l’attenzione possibile come avviene tra belle sorelle. E’ normale che sia così perché la storia delle due cittadine ha molto in comune. Tra i piatti tipici dell’arte culinaria calasettana vi è “Su Pilau” (alchimia d’altri tempi con fregola ed aragosta) ed il famoso”cascà”. Il perché del cascà o cus cus lo si deve alla derivazione del ceppo etnico. Tale ceppo etnico apparteneva alla comunità di pescatori di corallo di Pegli che in virtù del contratto stipulato nel 1542, dalla Corona d’Aragona con il Bey di Tunisi, fu mandata dalle potenti famiglie genovesi Grimaldi e Lomellini, ad esercitare la propria arte nella microscopica Isola di Tabarka, nel Golfo di Tunisi. I corallari pegliesi poterono inizialmente lavorare indisturbati e fraternizzare con i musulmani in quanto muniti dei salvacondotti dei Bey di Tunisi e Algeri. Verso la fine del 1600 i due Bey cominciarono gradatamente ad essere sempre più esosi verso le famiglie genovesi, al punto che divenne problematico garantire l’incolumità della colonia di corallari pegliesi, che pur essendo a contatto diretto con gli arabi, assimilandone qualche usanza, come quella del cuscus, continuava le tradizioni di Genova – Pegli delle feste, del pesto alla genovese e soprattutto del linguaggio che rimase genuino e incontaminato dall’epoca della partenza da Pegli. L’isoletta di Tabarka, anzi, lo scoglio di Tabarka, dove la tradizione seicentesca delle serenate in ligure continuava, era super gremito di popolazione: più passava il tempo più cresceva il desiderio di andare a vivere lontano dalle bandiere con la mezzaluna, anche perché incombeva il pericolo di un futuro vissuto da schiavi in mano mussulmana. Nel frattempo gli equilibri degli Stati europei erano in fermento e nel 1718 con il Trattato di Londra, la Sardegna diventa egemonia dei Savoia. Nel 1720 diventa Re di Sardegna Carlo Emanuele III (Carlo il forte). Il nuovo monarca organizza una flotta da guerra capace di tener testa a qualsiasi belligerante e nell’intento di ripopolare le Isole del Sulcis rese desertiche dalle continue scorribande dei pirati di Tunisi, Algeri e Tripoli, rende possibile il sogno dei tabarkini di ritornare in terre cristiane. Infatti, dopo una serie di trattative, nel 1738 ben 388 tabarkini arrivano all’Isola di San Pietro per costruirvi Carloforte, gli altri rimangono nel Golfo di Tunisi, in zona saracena. Nel 1747, cessata la protezione (perché non pagata a sufficienza) dei Bey di Tunisi e Algeri, i saraceni assaltano Tabarka, distruggono l’abitato e fanno schiave 840 persone. Gli orgogliosi Carlofortini, cioè i pochi superstiti liberi del popolo pegliese – tabarkino, impiegano sedici lunghissimi anni per poterli riscattare. I liberati arrivano a Calasetta nel 1770. Nel 1771 inizia la costruzione dell’abitato su progetto dell’ingegnere militare piemontese Belly che ripropone l’esempio stradale del centro di Torino, cioè strade rettilinee intersecate da altre ad angolo retto (ispirate al sistema degli accampamenti romani). Ancora oggi, nonostante mille vicissitudini, una parte dei calasettani parla il dialetto pegliese del 1600 e mantiene di queste origini liguri la virtù radicatissima della memoria storica e abitudinaria. La tradizione delle serenate notturne è un distinguo di rilievo della popolazione calasettana d’origine tabarkina, complici la particolarità delle viuzze del centro storico e certi cieli stellati che perforano le pupille. E poi ci sono le tradizioni della notte di San Giovanni, il 23 giugno. Il questa notte particolare, le ragazze che aspirano a un marito mettono tre fave, diversamente sbucciate, sotto il cuscino, e quattro foglie di fico negli angoli della stanza. Sotto ad ogni foglia un pezzettino di carta con le iniziali … del papabile.. Alla mattina presto, al buio, la mano della giovane scivola sotto il cuscino: se la fava che tocca è quella con più buccia, vuol dire che finanziariamente il candidato sta bene in salute e la foglia di fico più arricciata indica, senza ombra di dubbio, le iniziali del futuro sposo. Sempre nella notte del 23 s’insegnano le preghiere per togliere il malocchio ed alla mattina del 24 tutti al mare in sul fare dell’aurora per vedere i tre salti (?) del sole nascente. Le tradizioni sono tante in un abitato gremito di buontemponi. La più scanzonata e picaresca è quella di far trovare una barca davanti all’uscio di casa di coloro (uomini e donne) che sono restii a sposarsi, la mattina del primo dell’anno. Chi non è in grado d’immaginare la fatica furtiva e le risate dei partecipanti alla fatica di trascinare la barca dal porto alla casa del “Festeggiato”? Ebbene, anche a Calasetta, come a Sant’Antioco, Carloforte e Portoscuso, vivere il paese e la comunità è più importante di qualsiasi cosa. Perché il paese è come una nave, cioè una patria galleggiante da proteggere, è una bandiera, è un’unione di persone che sanno vivere e scherzare e che, nel pericolo, prima pensano agli altri poi a se stessi, come veri marinai che vivono il mare e di mare. E, infatti, Calasetta è uno dei pochi paesi marinari d’Europa dove, nelle scuole medie, s’insegna a condurre una barca a vela. A proposito di barche…!
Caterno Cesare Bettini (Villamassargia 15 settembre 2014)
Tratto da un mio scritto pubblicato nel 1994 sul mensile La Provincia del Sulcis Iglesiente













