/ Attualità

Che tempo fa

Attualità | 22 aprile 2020, 15:03

Il Covid-19 come shock mondiale per ripartire dalla sostenibilità ambientale. L’opinione di Roberto Pagani, Consigliere della Farnesina in Cina

Da anni la comunità scientifica si interroga sulla sostenibilità, ora stiamo toccando con mano che un altro mondo è possibile

Il Covid-19 come shock mondiale per ripartire dalla sostenibilità ambientale. L’opinione di Roberto Pagani, Consigliere della Farnesina in Cina

Roberto Pagani è Addetto Scientifico del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale al Consolato Generale d'Italia a Shanghai. È Professore Ordinario di Tecnologia dell'Architettura al Politecnico di Torino. È stato ricercatore presso il Brookhaven National Laboratory USA. È esperto indipendente della Commissione Europea DG Energia, nel cui ambito è coordinatore di progetti di ricerca e dimostrativi. Dal 2003 in Cina con regolare frequenza. Tra il 2012 e il 2015 è stato co-direttore di EC2 Europe-China Clean Energy Centre a Pechino.

Incarichi che lo hanno reso uno dei massimi esperti in materia di nuove tecnologie sempre con uno sguardo rivolto alla sostenibilità ambientale.

Quello che il mondo in questo momento sta vivendo potrebbe essere secondo Pagani lo shock che la comunità scientifica attendeva da tempo per una ripartenza che garantisca una maggiore attenzione alle risorse naturali, al loro utilizzo e all’impatto antropico sul nostro pianeta.

È vero che in passato ci sono già stati momenti di forte trauma internazionale che avevano spinto gli analisti a dire che il punto di rottura fosse arrivato come l’11 settembre del 2001 con l’abbattimento delle torri gemelle o la crisi dei subprime. Di fatto, però, a parte una cerchia troppo ristretta di intellettuali le ripetuti crisi economiche non sono finora bastate a invertire la rotta.

Da un lato le prove tangibili di questa forzata pausa dell’uomo con la ritrovata trasparenza dei fiumi anche nei tratti cittadini, dall’altro la presa di consapevolezza che un modo diverso di lavorare, studiare e vivere è possibile.

Quella delle manifestazioni visibili dei benefici alla natura della quarantena sono naturalmente la punta di un iceberg, utile, però, a immaginare il problema nel suo insieme: il mondo sta metaforicamente terminando le sue energie. Le fonti energetiche hanno superato il punto di non ritorno, quello per il quale la soddisfazione della richiesta quotidiana porterà a una rapida fine giacimenti petroliferi, carboniferi ecc…

E allora quale può essere una soluzione?

In un lungo articolo comparso su “Connettere.org” (“Lo shock” ovvero il cambio di paradigma del 16 aprile) Pagani individua una serie di misure che a livello quotidiano potrebbero se non risolvere, pesantemente migliorare la salute del pianeta. Parole che, chi conosce il professor Pagani da tempo e ne ha letto gli scritti o ascoltato le lezioni, sa che non giungono come una novità, ma che la comunità scientifica mondiale ripete ormai dagli anni ’90.

Dopo tre mesi di blocco totale, a Shanghai occorre un’attenta organizzazione per uscire di casa. Quelli che un tempo erano automatismi – lavarsi, vestirsi, uscire – sono diventati passaggi operativi molto studiati. La mascherine, i guanti chirurgici, il gel antisettico, le salviette disinfettanti, il termometro, sono diventati elementi essenziali della dotazione quotidiana. Tutti  fanno le stesse identiche cose. E’ diventata la nuova normalità. E’ normale che tutti per strada abbiano la mascherina. E’ normale farsi controllare quattro volte al giorno la temperatura corpora. E’ normale viaggiare con il QR code che ti localizza nei percorsi e negli incontri quotidiani: è tutto giustificato dalla sicurezza sanitaria. Ma non c’è panico, è solo una questione di organizzazione e di abitudine alla nuova vita, senza concentrarsi troppo sui problemi” scrive Roberto Pagani raccontando la quotidianità della Fase 2 in Cina.

Nuovi automatismi che diventano abitudine nella capacità che ha l’essere umano di adattarsi alle situazioni, di fare proprie le buone pratiche smettendo di considerarle gabbie in cui essere imprigionati. Ecco dunque che, in Cina come in Italia, in questi mesi la vita è cambiata e il lavoro si è tele-trasformato: “Qui a Shanghai le aziende hanno chiuso i battenti, ben prima e in modo ben più esteso rispetto alle zone rosse italiane. Certo l’economia non può funzionare se le aziende chiudono, ma alcune aziende hanno lavorato ugualmente. Sono aziende altamente automatizzate, nelle quali le componenti di gestione e servizio sono state condotte da casa. Si sono organizzati meeting virtuali, scambio di dati, discussioni su modelli di macchinari, interventi su processi produttivi da remoto. E’ ragionevole pensare che questi modelli operativi, più flessibili, meglio organizzati e non dettati da condizioni di emergenza, si impongano nel futuro a breve termine. Il telelavoro non è per nulla una novità, ma non lo si è mai praticato in modo così pervasivo. Il fattore di scala è sempre mancato e questo shock ha contribuito ad appurare che lo “scale-up” è possibile, se si ha una buona organizzazione.  Le fabbriche sono nate nella seconda metà del 1700, erano fuori dalla cerchia urbana perché utilizzavano massicciamente il carbone e inquinavano altrettanto massicciamente i dintorni. Già oggi, con produzioni più pulite, si è abbattuta la pianificazione urbana a comparti. Le nuove industrie possono essere mescolate ai tessuti urbani e possono alleggerirsi nel personale di controllo con la gestione remota dei macchinari, con una forza lavoro ridotta nel sito produttivo. Sperimentando lo shock, gli imprenditori hanno maturato nuove idee. Il 3 febbraio per la Cina è stata un’esperienza surreale: per la prima volta si lavorava da casa per evitare il diffondersi del nuovo coronavirus. Molte grandi aziende, tra cui Tencent, JD.com, Suning, Huawei, hanno organizzato il tele-lavoro per tutti i loro dipendenti, per due settimane, successivamente ancora prorogate. Alcune città e province, tra cui Shanghai, hanno adottato misure simili, imponendo periodi di quarantena obbligatori durante i quali le persone hanno lavorato in remoto. Le società fornitrici di videoconferenze, come WeChat Work di Tencent, DingTalk di Alibaba e l’americana Zoom, sono state travolte da ondate di traffico, con molti utenti che si lamentavano di ritardi e interruzioni. DingTalk, che serve oltre 10 milioni di aziende in Cina e supporta videoconferenze con un massimo di 302 persone, ha annunciato quello stesso lunedì sera di aver registrato un picco storico nel traffico web e di aver assegnato 12.000 server aggiuntivi per aumentarne la capacità. Lo stesso giorno, il prezzo delle azioni di Zoom è aumentato del 15%. Nel corso dei giorni successivi sono messi a punto protocolli di verifica, scadenze e obiettivi da raggiungere in remoto, videoconferenze di aggiornamento e coordinamento. La discontinuità dello shock: siamo così convinti che questo modello verrà dismesso dalle aziende, dopo averlo sperimentato e averlo ritenuto efficace per sé ed efficiente per i propri lavoratori?” scrive Pagani, ma, soprattutto, siamo sicuri che ritornare al passato sia davvero la soluzione giusta?

In questi mesi, anche in Italia, ci siamo resi conto che ci sono centinaia di professioni che si possono svolgere a distanza. Riunioni di grandi aziende per le quali erano necessari tempi di spostamento e conseguente uso di mezzi pubblici e privati impattanti su traffico e ambiente svolte facilmente senza muoversi da casa propria. Interi uffici che si sono organizzati per lavorare a distanza, lezioni a distanza per le scuole di ogni ordine e grado. È ovvio che servono le relazioni umane, ma non sarebbe forse possibile coltivarle altrettanto se non meglio con il tempo libero derivante da una riduzione nei tempi di spostamento ottimizzando le risorse individuali e quelle intellettuali. È possibile replicare questo schema anche nel prossimo futuro? Secondo Pagani sì: “I professionisti sono la categoria che più facilmente lavora in ogni luogo, indipendentemente dalla contiguità fisica. La pratica della professione in remoto è stata la prima ad essere coltivata da un paio di decenni e avviene non solo tra colleghi di ufficio, ma mette in comunicazione professionisti in diversi continenti e in tutte le diverse discipline. Inutile, quasi, aprire un capitolo al riguardo. Nel corso dello shock, tuttavia, si è assistito ad una accelerazione, alla scomparsa dei normali schemi di lavoro: le modalità di comunicazione e le dinamiche di gruppo sono state interrotte, poi modificate con una chiara discontinuità. La crescente incertezza e ansia per i pericoli personali derivanti dall’epidemia e il suo impatto sull’economia ha reso ancora più grande la sfida di adattarsi a questi cambiamenti di lavoro. La transizione verso il tele-lavoro è una grande opportunità per i team professionali per rivedere le basi del lavoro e per ridefinire i ruoli individuali e il modo in cui ciascuna persona contribuisce al risultato. I protocolli adottati in alcune aziende professionali hanno chiarito i ruoli all’interno dei team, aiutando i professionisti a capire quando possano rivolgersi ai colleghi, invece che ai leader, evitando colli di bottiglia. Una sperimentazione efficace e molto estesa. Alcune case shanghainesi (ora anche italiane, europee, del mondo) si sono trasformate in webinarifici, moderni opifici in cui simultaneamente, ma separatamente, sono coinvolti genitori professionisti e figli studenti per la didattica quotidiana”. Un percorso avviato che sta dando i suoi frutti sia dal punto di vista della produttività personale, sia dell’apprendimento per gli studenti sebbene legato a una distanza fisica forzata che causa sofferenze. Secondo Roberto Pagani saranno molte le aziende che, una volta intrapreso questo cammino non torneranno indietro. Si è toccato con mano che lo smart working funziona, non per niente si chiama smart (intelligente, brillante).

E il resto delle attività? In un momento in cui è imperativo ripartire con la produttività ed esiste il rischio che i consumatori si abituino agli acquisti a domicilio con il conseguente rischio per le imprese locali, motore pulsante dei centri dai più piccoli ai più grandi. Anche in questo caso, però, il modello cinese potrebbe giungere a soccorso dell’imprenditoria italiana e quanto sta accadendo soprattutto nel settore della ristorazione e dell’alimentare in questo periodo ne potrebbe essere una prova: “Il capitolo dei servizi è naturalmente vasto e sfaccettato, ognuno peculiare. Tratteggio il servizio che si sta imponendo di più, a mio parere, nel corso dell’attuale shock. Qui a Shanghai il food delivery è la norma da molti anni. La gente non acquista quasi più nei supermarket, ma ordina su Taobao. Non importano i quantitativi. Taobao porta a casa nostra pacchetti monouso di minimo valore economico e dimensione. Attraverso le applicazioni Sherpa, si ordinano porzioni di pasto che vengono recapitate nei parchi della città, se si sta facendo un picnic. Gli sherpa ti rintracciano con l’APP di localizzazione wechat e ti consegnano il pacchetto monoporzione in mezzo al parco. Se il pasto è complesso, saranno un certo numero di sherpa a recapitare. I servizi di delivery, gli acquisti online, la logistica per raggiungere il cliente nel punto in cui si trova, nel momento in cui serve, deriva dalla formula industriale del “just in time”, con cui Toyota aveva innovato la produzione industriale negli anni 1970. Questi servizi, già prevalenti in un continente come la Cina, hanno avuto uno “scale-up” in Italia e in tutta Europa. Nella mezzanotte italiana, dopo l’annuncio del blocco dell’intero Paese, sembrava di assistere al famoso 11/11 cinese, con decine di migliaia di connessioni sui provider di Amazon, già dal minuto successivo alle 24, per prenotare generi alimentari porta-a-porta. Naturalmente il sito ha esaurito in pochi minuti gli slot di consegna, così altrettanto tutti i siti della distribuzione alimentare.Questa è la discontinuità dello shock: un metodo di acquisto, finora riservato a una minima parte di popolazione educata all’informatica, si estende alla pratica di un vasto numero di famiglie con vantaggi nella sfera ambientale e nell’uso del tempo”.

Di tutti i fenomeni osservabili, non tutti sono ovviamente auspicabili e l’equilibrio tra produttività e ambiente è fragilissimo, così come è altrettanto fragile il rapporto tra il bisogno di socializzazione e relazioni umane e l’uso massiccio di una tecnologia che, alla lunga, potrebbe isolare. Le scelte dovranno essere ponderate, ma questo potrebbe essere lo shock che definitivamente invertirà la rotta  nelle abitudini degli italiani rendendoli più environment friendly? Sicuramente ci vorrà del tempo per superare le ferite psicologiche ed economiche di questa crisi mondiale si spera trovando le risorse finanziarie e imprenditoriali per ridisegnare il futuro in chiave sostenibile.

 

redazione

TI RICORDI COSA È SUCCESSO L’ANNO SCORSO A FEBBRAIO?
Ascolta il podcast con le notizie da non dimenticare

Ascolta "Un anno di notizie da non dimenticare 2025" su Spreaker.
Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore|Premium