Da Giovanni Damiano, figlio del dottor Amedeo Damiano, il presidente dell’Usl 63 di Saluzzo morto a seguito di un tragico agguato di stampo mafioso nel 1987, riceviamo e pubblichiamo:
L’immagine di un anziano in un letto d’ospedale. Con un berretto in testa e lo sguardo stanco: tende la mano a un giovane uomo e ad una donna più matura posti accanto a lui.
Una giovane donna si intravede appena nella foto. Sorridono, mentre l’anziano sembra bisbigliare loro qualcosa. La scena è intensa, perché la visita ad un proprio caro ammalato e prossimo alla fine - ad un padre o un marito con il quale si sono vissute parti importanti della propria vita - è sempre un momento delicato.
Lui lo riconosci solo se lo guardi bene e allora capisci che è Salvatore Riina, il “capo dei capi” di Cosa nostra che incontra la moglie Ninetta Bagarella e i figli Salvo e Maria Concetta.
Siamo nel maggio del 2017 e ci troviamo nel Reparto detenuti ospedalizzati del supercarcere di Parma. Il boss morirà nel novembre di quell’anno, portando con sé tutti i suoi segreti. Il fotogramma, diffuso nel trentesimo anniversario della strage di Capaci, è tratto da un’immagine delle telecamere di sorveglianza e certifica quello che per la Cassazione è stata “morte dignitosa”, legata all’applicazione corretta del 41 bis.
Pietro Grasso, ex procuratore antimafia e oggi senatore, nonché scrittore affermato, commenta a La Repubblica: “Così lo Stato ha assicurato il massimo dell’assistenza sanitaria e dell’umanità al criminale Salvatore Riina. Il 41 bis non è stato mai tortura – continua Grasso.
Lo Stato ha vinto sulla mafia, perché non ha risposto alla violenza delle stragi con altra violenza, ma con il diritto e le regole”. Il diritto a morire dignitosamente (come quello altrettanto importante di ricevere adeguate cure sanitarie) non dovrebbe essere negato a nessuno. Ne andrebbe della civiltà di un Paese e di un intero popolo. A Riina, come a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e agli agenti Montinaro, Schifani, Dicillo morti per volere di Riina e a tutte le altre mille vittime innocenti.
Di queste mille e più vittime tante sono state crivellate dai proiettili, dilaniate dal tritolo, morte per le ferite riportate o scomparse per lupara bianca: nella loro morte non c’è stato quindi nulla di dignitoso o tantomeno umano.
Ma non solo: lo Stato, in quasi l’ottanta per cento dei casi non ha nemmeno saputo assicurare verità e giustizia ai famigliari! Non faccia confusione quindi il senatore Grasso tra carnefici e vittime e soprattutto non dica, per favore, che la mafia è stata sconfitta.
Il 21 marzo scorso a Napoli il Presidente Mattarella ha ricordato in un messaggio: ”Chi ha pagato con la vita il diritto alla dignità di essere uomini, opponendosi alla disumanità delle mafie - affermando che - la paura si sconfigge con l’affermazione della legalità”.
Il Parlamento lavori quindi in questa direzione, perché la dignità dev’essere diritto di ogni uomo e non esiste senza la verità e la giustizia.
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venerdì 06 febbraio
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