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Attualità | 31 maggio 2022, 18:09

Giovanni Damiano: “La dignità è diritto di ogni uomo, ma senza verità non vi è giustizia”

Il figlio del dottor Amedeo Damiano, ucciso in un tragico agguato nel 1987, oggi attivo esponente di Libera, invia una riflessione sulle ferite ancora aperte laddove lo Stato non ha saputo fare chiarezza

Amedeo Damiano

Amedeo Damiano

Da Giovanni Damiano, figlio del dottor Amedeo Damiano, il presidente dell’Usl 63 di Saluzzo morto a seguito di un tragico agguato di stampo mafioso nel 1987, riceviamo e pubblichiamo:

L’immagine di un anziano in un letto d’ospedale. Con un berretto in testa e lo sguardo stanco: tende la mano a un giovane uomo e ad una donna più matura posti accanto a lui.
Una giovane donna si intravede appena nella foto. Sorridono, mentre l’anziano sembra bisbigliare loro qualcosa. La scena è intensa, perché la visita ad un proprio caro ammalato e prossimo alla fine - ad un padre o un marito con il quale si sono vissute parti importanti della propria vita - è sempre un momento delicato.

Lui lo riconosci solo se lo guardi bene e allora capisci che è Salvatore Riina, il “capo dei capi” di Cosa nostra che incontra la moglie Ninetta Bagarella e i figli Salvo e Maria Concetta.

Siamo nel maggio del 2017 e ci troviamo nel Reparto detenuti ospedalizzati del supercarcere di Parma. Il boss morirà nel novembre di quell’anno, portando con sé tutti i suoi segreti. Il fotogramma, diffuso nel trentesimo anniversario della strage di Capaci, è tratto da un’immagine delle telecamere di sorveglianza e certifica quello che per la Cassazione è stata “morte dignitosa”, legata all’applicazione corretta del 41 bis.
Pietro Grasso, ex procuratore antimafia e oggi senatore, nonché scrittore affermato, commenta a La Repubblica: “Così lo Stato ha assicurato il massimo dell’assistenza sanitaria e dell’umanità al criminale Salvatore Riina. Il 41 bis non è stato mai tortura – continua Grasso.

Lo Stato ha vinto sulla mafia, perché non ha risposto alla violenza delle stragi con altra violenza, ma con il diritto e le regole”. Il diritto a morire dignitosamente (come quello altrettanto importante di ricevere adeguate cure sanitarie) non dovrebbe essere negato a nessuno. Ne andrebbe della civiltà di un Paese e di un intero popolo. A Riina, come a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e agli agenti Montinaro, Schifani, Dicillo morti per volere di Riina e a tutte le altre mille vittime innocenti.

Di queste mille e più vittime tante sono state crivellate dai proiettili, dilaniate dal tritolo, morte per le ferite riportate o scomparse per lupara bianca: nella loro morte non c’è stato quindi nulla di dignitoso o tantomeno umano.

Ma non solo: lo Stato, in quasi l’ottanta per cento dei casi non ha nemmeno saputo assicurare verità e giustizia ai famigliari! Non faccia confusione quindi il senatore Grasso tra carnefici e vittime e soprattutto non dica, per favore, che la mafia è stata sconfitta.
Il 21 marzo scorso a Napoli il Presidente Mattarella ha ricordato in un messaggio: ”Chi ha pagato con la vita il diritto alla dignità di essere uomini, opponendosi alla disumanità delle mafie - affermando che - la paura si sconfigge con l’affermazione della legalità”.

Il Parlamento lavori quindi in questa direzione, perché la dignità dev’essere diritto di ogni uomo e non esiste senza la verità e la giustizia.

comunicato stampa

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