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Attualità | 25 febbraio 2023, 09:44

Lions Club Bra Host: il “made in Italy” che esiste e resiste, raccontato da Carlo Miravalle

L’imprenditore torinese ha presentato il suo libro “Made in Italy Amore mio”, dedicato all’eccellenza italiana nel mondo

Nella foto di Maurizio Mangino, Carlo Miravalle con il presidente del LC Bra Host, Monia Rullo ed il vice cerimoniere, Silvia Gullino

Nella foto di Maurizio Mangino, Carlo Miravalle con il presidente del LC Bra Host, Monia Rullo ed il vice cerimoniere, Silvia Gullino


La bella Italia, impegnata nell’ingegnosità artigiana o delle grosse filiere aziendali, ha dato vita ad una cultura che si è fatta storia e memoria, depositando l’impronta di sé in racconti e documenti che mai tramonteranno.

Dall’enogastronomia all’arte, dai filati al campo meccanico… il buon gusto italiano ha proseguito lungo i secoli quel cammino che, partendo dai grandi come Leonardo e Michelangelo e arrivando a Fermi e Marconi, ha contraddistinto in positivo l’italianità, facendo parlare di sé il mondo.

Felice interprete di questi valori e paladino del “made in Italy” è l’imprenditore torinese Carlo Miravalle, che si è raccontato ai soci del Lions Club Bra Host nella serata di giovedì 23 febbraio al ristorante La Porta delle Langhe.

Nell’intervista ha parlato del valore delle produzioni del nostro Paese, che ha raccolto nel suo libro “Made in Italy Amore mio” (Graffio editore), una guida utile nella promozione della bellezza e dello stile italiano nel mondo. Partiamo da qui.

Carlo, come nasce questo libro e che cosa tratta?

«Dal 1990 al 2005 circa, feci innumerevoli viaggi all’estero per lavoro. Toccai un po’ tutta Europa, tra cui Russia, Scandinavia, ma anche Cina, Sudafrica... Allora mi accorsi pian pianino della presenza dei più svariati prodotti di punta del nostro made in Italy in ognuno di questi Paesi. È iniziata così una lunga ricerca che mi fece scoprire un mondo straordinario che pochi italiani conoscono: piccole realtà produttive nei più diversi settori produttivi, oltre all’alimentare, alla moda, all’abbigliamento… Alla fine raccolsi il tutto e lo feci pubblicare».

Che cosa significa “made in Italy”?

«Quello che fa la differenza sono le “persone”, la tradizione di quelle mani che lavorano e creano il prodotto. Il grande potenziale italiano è la tradizione e il gusto del bello, dei quali la nostra cultura è piena. Acquistare un prodotto made in Italy è acquistare un po’ di quella tradizione, è come se si potesse far proprio un pezzetto della “dolce vita”. Per me, quindi, il made in Italy è un qualcosa che riesce a trasmettere questi valori alla gente».

 

A cosa è dovuta la tendenza dei consumatori, soprattutto stranieri, ai valori di esclusività, artigianalità, qualità e classicità?

«La ripresa di questi valori è senza tempo. In un mondo globalizzato dove la grande distribuzione sacrifica spesso la qualità alla quantità, l’Italia gioca e giocherà in futuro un ruolo determinante solo se saprà innovare, rimanendo fedele alla tradizione e mantenendo un livello elevato delle piccole botteghe».

 

Il piccolo è ancora bello e che cosa si può fare per promuovere l’Italia sconosciuta?

«Il piccolo è bellissimo, ma bisogna farsi conoscere. Perciò è importante “fare nel piccolo e pensare globale”, ovvero stare nella propria dimensione, guardando al mondo».

 

L’Italia può essere definita la “bottega artigiana del mondo”. Quali le principali sfide da affrontare oggi?

«Tra i Paesi industrializzati l’Italia gode di un posto di prestigio proprio grazie alla riconosciuta tradizione artigiana. L’eccellenza della sua produzione manuale è riconosciuta a livello globale: sartoria, oreficeria, prodotti agroalimentari, componentistica. La grande tradizione artigianale italiana non è affatto destinata a scomparire. Nei prossimi anni aumenteranno, anzi, le richieste di professionalità basate su competenze umane che le macchine non potranno rimpiazzare. Se da un lato la nostra vita sarà sempre più permeata da tecnologia, informatica e robotica, dall’altro il mondo del lavoro sarà caratterizzato da una ricerca e recupero delle tradizioni e delle eccellenze, solo la qualità potrà sopravvivere alla grande distribuzione e all’omologazione e l’Italia dovrà essere capace di guardare al futuro puntando alla valorizzazione del proprio patrimonio culturale che ci rende unici e amati nel mondo».

Com’è possibile proteggere e sviluppare le competenze artigianali che caratterizzano la produzione made in Italy?

«Come sempre si deve ripartire dalla base, dalle nuove generazioni. Bisogna quindi ripartire dalla formazione, dal potenziamento delle scuole. Bisogna tornare a trasmettere il “sapere” e il “saper fare” puntando su nuovi giovani talenti italiani. Inoltre, occorre tornare a valorizzare il territorio che è il bacino di risorse e competenze da cui tutto parte».

Uno dei freni al made in Italy è la contraffazione, che fare?

«Non sempre è possibile difendersi. Però leggiamo in positivo: la contraffazione è un segno del valore del prodotto che viene contraffatto. Nessuno cerca di imitare un prodotto scadente. Ma ci tengo a dire una cosa: il grande danno che ci fanno la contraffazione e l’agropirateria non è solo economico, quello più grave è il danno di immagine. Oggi nel mondo c’è fame di made in Italy e non solo nell’alimentare. Purtroppo, però, i prodotti contraffatti finiscono con l’alterare il gusto delle persone che si abituano alla loro scarsa qualità, per non parlare poi di una questione rilevante come quella della sicurezza alimentare».

Succede anche nel settore giornalistico: la cattiva formazione finisce con l’allontanare le persone da quella buona…

«Assolutamente, funziona proprio così».

Quali attività porti avanti per educare al made in Italy?

«Da alcuni anni mi dedico, di tanto in tanto, a tenere relazioni su questa materia, rivolte soprattutto ai giovani che frequentano gli Istituti professionali, per dar loro un contributo pratico per affrontare meglio le sfide che li attendono. Lo faccio con esempi pratici, consigli, ma, soprattutto la consapevolezza di vivere nel più Bel Paese al Mondo, della sua storia, della sua arte, della sua bellezza e del suo made in Italy!».

Perché conviene scommettere sul made in Italy?

«È il patrimonio più importante del nostro Paese, simbolo di tutto ciò che ci ha reso grandi per la capacità di combinare cultura, buon gusto e genio imprenditoriale. Basterebbe questo, con tutto ciò che ne deriva in termini di ricchezza prodotta e occupazione conseguente, per capire la rilevanza della partita da giocare in difesa del made in Italy».

Consigli alle aziende che desiderano sviluppare un modello made in Italy?

«Investire sulla promozione e puntare tantissimo sulla creatività delle nuove generazioni, sulla loro energia vitale, vedendo nella giovane età non un punto di debolezza, ma di forza».

Progetti futuri?

«La mia speranza e la mia battaglia è quella che la materia del made in Italy venga insegnata nelle scuole, in modo tale da preparare la nostra futura classe imprenditoriale, perché l’Italia ha un vantaggio straordinario nei confronti degli altri Paesi, ma non ce ne rendiamo abbastanza conto».

All’esito della serata, ha espresso grande soddisfazione il presidente del LC Bra Host, Monia Rullo, confermando come la vera ricchezza dell’Italia risieda principalmente nella sapienza del passato che è certezza del futuro.            



Identikit di Carlo Miravalle

Carlo Miravalle è nato a Torino l’11 febbraio 1961. Nel 1978 consegue il diploma di Interprete in lingue straniere presso il centro italo svizzero a Torino. Nel 1981 effettua il servizio militare negli Artiglieri da montagna a Susa e Rivoli.  Un anno dopo inizia a lavorare con il padre nel settore vinicolo. Attualmente è titolare dell’azienda di famiglia, la Miravalle 1926 S.a.s., operativa da quasi un secolo nell’intermediazione nel settore vinicolo a livello internazionale. Nel 2014 consegue il diploma di Sommeiller (A.I.S.) e l’anno seguente si laurea in Psicologia. Oltre al lavoro, è appassionato di viaggi; mondo giovanile; pittura; natura; mondo del vino; geopolitica e mondo multipolare. Segni particolari: passione per l’Umanesimo e il Rinascimento da cui scaturisce la sua idea di made in Italy, che ha raccontato nel libro pubblicato nel 2016 dal titolo: “Made in Italy Amore mio” (Graffio editore).



Silvia Gullino

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