Alla Caritas di Alba si è apparecchiato ancora una volta qualcosa che va oltre il piatto. Il terzo appuntamento di “A cena con…”, l’iniziativa che unisce i grandi cuochi del territorio e le persone che frequentano la mensa Caritas, ha avuto come protagonista Enrico Crippa. Una serata dall’ambiente informale, fatta di gesti semplici e sguardi diretti, dove la cucina – anche quando è firmata da uno chef di fama internazionale – torna a essere prima di tutto relazione.

A raccontare il senso e l’evoluzione dell’iniziativa è don Domenico Degiorgis, responsabile della Caritas albese: “È nata quasi in punta di piedi, poi ha trovato subito la sua strada: un clima caldo, autentico, che ci ha sorpresi”. Un percorso cresciuto con naturalezza, incontro dopo incontro, anche grazie alla disponibilità degli chef che finora hanno accettato di mettersi ai fornelli: Michelangelo Mammoliti, Marco Lombardo, Nadia Benech e Maurilio Garola, fino appunto a Enrico Crippa. Ognuno, sottolinea don Degiorgis, ha portato “la propria originalità, anche a livello personale”, costruendo un bel feeling con gli ospiti della mensa.


Il punto, però, non è l’eccezionalità come spettacolo. È semmai l’eccezionalità come cura: un’attenzione in più, senza distanza. In Caritas, ricorda don Domenico, “si mangia sempre bene, perché i volontari cucinano bene e con passione verso il prossimo”. Con una differenza sostanziale: normalmente si lavora con ciò che è disponibile, con ingredienti che rispondono alle logiche della solidarietà e della necessità. In queste serate, invece, gli chef scelgono di partire dai medesimi ingredienti – gli stessi che entrano ogni giorno in cucina – e di arricchire i piatti con preparazioni aggiuntive, dettagli e accorgimenti che regalano un’esperienza gustativa diversa, speciale, spesso inattesa.
Nella serata con Crippa, questa idea si è materializzata in gesti di cura e rispetto e per finire lo chef ha cucinato un risotto anche per i volontari, trasformando la chiusura in un momento di condivisione corale. È in passaggi così che la mensa smette di essere solo un servizio – pur fondamentale – e diventa spazio di comunità: non ci sono “da una parte” chi aiuta e “dall’altra” chi riceve, ma un tavolo comune, in cui ciascuno porta qualcosa.
A rendere l’atmosfera ancora più limpida è un aneddoto che don Degiorgis racconta sorridendo: “Un ospite lunedì ha compiuto gli anni e scherzando ha detto agli altri: ‘Domani invito tutti i miei amici a cena da Crippa!’”. Una battuta, certo. Ma anche un segnale: quando una persona si sente riconosciuta, torna a parlare in termini di invito, di amicizia, di futuro. La dignità, spesso, comincia da qui: dal poter immaginare una normalità, fosse anche per gioco.
Gli appuntamenti, spiega don Domenico, sono in linea di massima uno al mese (con due serate a gennaio). E la lista, già resa pubblica, potrebbe allungarsi ancora: “Si stanno aggiungendo altri chef che chiedono di partecipare e poter cucinare per gli ospiti della Caritas”. Un interesse che Degiorgis interpreta come un segno dei tempi e delle coscienze: “Forse c’è anche un senso di restituzione, il desiderio di mettersi al servizio, cucinare per persone che in questo momento della loro vita sono in difficoltà”.
Il prossimo appuntamento è già fissato: il 12 marzo sarà la volta di Marco Triverio, del ristorante Il Belvedere di Montà. Un nuovo tassello di un progetto che, a ogni cena, conferma la stessa intuizione: la cucina può essere linguaggio di accoglienza senza retorica, un modo per dire “sei qui, e conti”.
Altre inziative
Accanto a questa iniziativa, la Caritas albese continua a lavorare sulle priorità che don Domenico definisce «il nostro focus costante»: casa e lavoro.
Tra le attività in programma ci sono il rinnovo della convenzione con Comune e Servizi sociali e il rinnovo della convenzione per gli alloggi di seconda accoglienza in via Pola. Proprio in via Pola si trova la mensa e, al piano superiore, due alloggi che dovrebbero diventare una fase intermedia: permanenze più lunghe, in una modalità di maggiore indipendenza, anche grazie alla presenza di un angolo cottura. Un passaggio delicato ma decisivo: non solo riparo, ma graduale ricostruzione dell’autonomia, con spazi che restituiscono quotidianità.
C’è poi una novità importante che apre un’altra direzione di lavoro: una convenzione tra Caritas e carcere, firmata venerdì 6 febbraio. “Partiranno a breve detenuti che faranno volontariato presso i nostri punti di Emporio, Mensa e Dormitorio - spiega don Degiorgis, che è anche cappellano in carcere e tiene particolarmente a questa collaborazione -. L’avvio è previsto tra fine febbraio e inizio marzo, ma con un primo passaggio di conoscenza e sperimentazione: domenica 15 febbraio un detenuto visiterà gli ambienti della Caritas“ per conoscere l’ambiente e per valutare, con giornate di prova, eventuali criticità.
L’idea, qui, non è solo organizzativa: è culturale. Mettere in dialogo fragilità diverse – chi vive una pena, chi attraversa una crisi abitativa o economica – significa tentare un modello in cui la comunità non si limita a “gestire” i problemi, ma prova a trasformarli in percorsi di responsabilità. “La nostra idea è diventare strumento a servizio dei nostri ospiti, per offrire loro opportunità lavorative e abitative”, spiega don Domenico. In una frase che suona come una linea guida: non sostituirsi alle persone, ma creare condizioni perché possano tornare a reggersi.
E forse è proprio questo il filo che unisce tutto: le cene con gli chef e il lavoro quotidiano sulle convenzioni, sugli alloggi, sulle collaborazioni. In un tempo in cui la povertà spesso si accompagna a invisibilità, la Caritas prova a rimettere al centro una parola semplice e difficile: possibilità. A volte passa da un piatto cucinato con cura. A volte da una stanza con un angolo cottura. A volte da una firma su una convenzione che scommette sulla ripartenza. Sempre, in fondo, dalla scelta di non lasciare nessuno solo dall’altra parte del tavolo.



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