Architetto Rocchia, mare, montagna e sport: la sua storia professionale sembra iniziare da qui. È davvero così?
"Sì, perché mare, montagna e sport non sono stati solo elementi della mia vita privata, ma vere e proprie matrici del mio modo di intendere il lavoro. Il mare di Ospedaletti, dove sono cresciuto fino ai primi anni dell’università, mi ha insegnato l’apertura, l’orizzonte aperto alle possibilità. Le origini paterne di Demonte, dove mi sono trasferito con la famiglia nei primi anni ’90, mi hanno dato il senso della misura, della fatica e del silenzio. Lo sport ha cucito tutto insieme, trasformando ogni luogo in movimento e ogni passaggio in una conquista. In fondo, il mio profilo professionale nasce proprio da questo equilibrio tra apertura di sguardo, disciplina, capacità di misura e responsabilità".

[L'architetto Fabrizio Rocchia, fondatore dello STUDIO ARCHIGEO di via Massimo D'Azeglio 22 a Cuneo]
Il suo percorso professionale parte da Torino. Che anni sono stati?
"Sono stati anni fondamentali, non facili perché il lavoro ha accompagnato tutto il periodo universitario. Mi sono laureato in Architettura al Politecnico di Torino nel dicembre 1996 e l’anno successivo ho conseguito l’abilitazione all’esercizio della professione. Ma già dal 1994 al 1997 ho avuto un’esperienza molto importante presso la 1ª Direzione Genio Militare di Torino come Ufficiale addetto alla Sezione Lavori. Mi occupavo della progettazione e della direzione lavori per gli interventi in programma sugli edifici del Demanio militare collocati nell’area Torino nord e Valle d’Aosta. È stata una scuola straordinaria di responsabilità e gestione operativa".
Subito dopo arriva Milano. Che esperienza è stata?
"Milano è stata la città della crescita professionale. Ho collaborato con un raggruppamento di colleghi – Luigi Carretta, Massimo Malaspina e Maurizio Molteni – ed è proprio con l’architetto Carretta che ho approfondito in modo particolare i temi della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. In quegli anni, oltre alla libera professione, ho collaborato alla stesura di due manuali in materia di sicurezza nei cantieri (L. Carretta, Sette piani per sette cantieri, Chiandetti Ed., Treviso, 1998 - L. Carretta, Tre meno uno uguale zero, Chiandetti Ed., Treviso, 2001). È stato il periodo in cui ho capito che la sicurezza sarebbe diventata una parte fondamentale del mio lavoro".

Poi la scelta di tornare a Cuneo.
"Sì, alla fine degli anni ’90 sono tornato a Cuneo, mantenendo comunque gli ottimi rapporti professionali con Milano. Qui la mia attività ha iniziato a orientarsi sempre più verso la parte pragmatica della professione, legata alla gestione del progetto e soprattutto alla sicurezza sul lavoro. È proprio in questo ambito che il mio percorso ha assunto una fisionomia precisa: la prevenzione, per me, non è mai stata una competenza accessoria, ma parte integrante della qualità del progetto e dell’organizzazione del lavoro".
Nel tempo ha ricoperto molti incarichi di responsabilità. Quali sono, o sono stati, i più importanti?
"Sì, negli anni sono nate collaborazioni e consulenze non solo in Piemonte ma anche in altre regioni. Ho svolto incarichi come RSPP e consulente per la salute e sicurezza per i punti vendita McDonald’s Italia della provincia di Cuneo, consulenze in ambito sportivo con Professione Acqua S.r.l., incarichi come CTU per il Tribunale di Cuneo, coadiutore giudiziario in un procedimento avviato dalla Procura di Palermo relativo a Italgas S.p.A. e datore di lavoro delegato alla Salute e Sicurezza per i punti vendita Conbipel S.p.A. nell’ambito della procedura di risanamento avviata dal Tribunale di Torino. Sono tutte esperienze che mi hanno portato a lavorare molto sul tema della responsabilità e della gestione dei processi".

Accanto alla professione ci sono stati anche importanti impegni istituzionali. Perché la decisione di dedicarsi a questo tipo di attività?
"Ho sempre pensato fosse importante non considerare solo la propria attività ma fosse fondamentale guardare oltre: ai problemi che riguardano gli Architetti in generale, alla libera professione, alle competenze e all’equo compenso, e questo si può fare solo mettendosi in gioco a livello istituzionale. Per diversi anni sono stato consigliere dell’Ordine degli Architetti della Provincia di Cuneo e ho avuto l’onore di presiederlo nel quadriennio 2021–2025. Parallelamente, dal 2020 ricopro il ruolo di delegato Inarcassa per gli Architetti della Provincia di Cuneo e nel 2025 sono stato riconfermato ed eletto presidente del Comitato di Coordinamento dei Delegati. È un incarico significativo, anche perché Inarcassa è un Ente di previdenza di primo pilastro che rappresenta circa 174 mila associati tra Architetti e Ingegneri liberi professionisti; l'iscrizione non è né facoltativa, né volontaria, bensì costituisce un obbligo per chi svolge la libera professione e che non godrebbe di altra forma di copertura previdenziale e assicurativa. Questo doppio impegno, professionale e istituzionale, fa parte del mio modo di vivere la professione: non solo esercitarla, ma partecipare attivamente alla comunità professionale".
Lei si è dedicato molto anche alla formazione. Quando è iniziata questa attività?
"La formazione è sempre stata una parte importante della mia vita. Dal 2002 al 2012 sono stato titolare del corso 'Sicurezza negli Ambienti di Lavoro: il cantiere' presso la sede di Mondovì della II Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino. Parallelamente ho continuato a sviluppare l’attività formativa in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e dal 2015 sono titolare e direttore scientifico del CFPT – Centro di Formazione Paritetico Territoriale di espressione di Conflavoro PMI. Trasmettere competenze e consapevolezza è una responsabilità importante".

Cosa rappresenta per lei lo STUDIO ARCHIGEO?
"Lo Studio è sempre stato il centro della mia attività professionale, il luogo in cui nascono le idee, si sviluppano i progetti, ci si confronta con altri colleghi e si cresce, insieme. Negli anni è diventato un punto di riferimento sul territorio, un luogo dove si intrecciano esperienza, innovazione e attenzione al cliente. La recente affiliazione con lo Studio Cremaschi di Cuneo, il cui rappresentante legale è stato un mio studente al Politecnico, segna l’inizio di una nuova fase in cui apertura, condivisione e fiducia nelle nuove generazioni sono elementi fondamentali e imprescindibili".
La sicurezza ritorna spesso tra le sue attività. Ci dice qualcosa anche per la gestione della sicurezza degli eventi e delle manifestazioni?
"Esatto. Oramai da anni mi occupo anche di safety e security nel quadro delle disposizioni ministeriali e regionali per eventi sportivi e spettacoli in genere. Ho lavorato su molte manifestazioni del territorio cuneese, dalla Stracôni al Carnevale Ragazzi, dagli eventi natalizi di Cuneo Illuminata agli Special Olympics in Piemonte. Sono attività che richiedono grande organizzazione, attenzione alla prevenzione e senso di responsabilità".

Lei ha anche svolto attività pubblicistica e tecnica. Dov’è nata questa opportunità?
"La mia impostazione multidisciplinare mi ha portato negli anni a collaborare con importanti riviste tecniche quali Legislazione Tecnica e Sicurezza e Ambiente di IPSOA, pubblicando contributi dedicati all’aggiornamento normativo e ai casi applicativi in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro (F. Rocchia, La sicurezza negli impianti sportivi, in 'Quaderno di Professione Acqua' n. 5, Ci.Ti Ed., Mantova, 2005 - F. Rocchia, La sorveglianza sanitaria, in 'Casi e Questioni - Igiene & Sicurezza del Lavoro n. 7/20090', IPSOA - Wolters Kluwer Italia Ed., Milano, 2009 - F. Rocchia, La sicurezza nelle Associazioni sportive, in 'Casi e Questioni - Igiene & Sicurezza del Lavoro n. 5/2010', IPSOA - Wolters Kluwer Italia Ed., Milano, 2010). In altre parole, la mia attività non si limita all’esercizio professionale in senso stretto, ma si estende alla costruzione di una cultura tecnica condivisa, tema oggi sempre più centrale in una Professione chiamata a misurarsi contemporaneamente con progetti, norme, gestione della sicurezza e aggiornamento continuo. Credo molto nella costruzione di una cultura tecnica condivisa: oggi la professione richiede di tenere insieme progetto architettonico, norme, gestione e aggiornamento continuo".
Accanto alla professione, la famiglia e lo sport occupano un posto centrale nella sua vita.
"Assolutamente sì. Mia moglie Stefania, che ho conosciuto in piscina, e le mie figlie Sara e Valentina sono il centro della mia vita. Con mia moglie condivido anche l’impegno nell’associazione Amico Sport, che promuove lo sport per persone con disabilità intellettiva. È un’esperienza che unisce sport, organizzazione, responsabilità e inclusione".

Lo sport è sempre stato molto presente nella sua vita. Qual è stato il suo percorso sportivo?
"Ho iniziato con il baseball poi, grazie all’insegnante di educazione fisica delle medie, sono passato all’atletica leggera a livello agonistico, senza mai abbandonare la mia passione: l’acqua. Alla fine degli anni ’90 ho conseguito i brevetti da istruttore di nuoto e assistente bagnante, attività che mi hanno insegnato molto sul tema della responsabilità e attenzione verso gli altri. Nel 2017 sono tornato all’atletica leggera frequentando il corso da istruttore che metto a frutto nelle attività con Amico Sport".

Lei ha anche un’altra passione, vero?
"Sì, la pesca. E’ un’altra mia grande passione, forse quella più intima; è un’attività che richiede pazienza, silenzio e capacità di ascolto, qualità che si riflettono anche nel mio modo di essere e di lavorare. Nei momenti trascorsi vicino all’acqua, ritrovo un equilibrio profondo, una dimensione quasi meditativa che mi consente di staccare dai ritmi intensi della vita quotidiana".

Guardando al presente, che professionista è oggi Fabrizio Rocchia?
"Mi considero un professionista maturo, consapevole, ma ancora con molta energia e voglia di evolvere. La collaborazione con lo Studio Cremaschi e l’attenzione ai temi della sostenibilità e dell’innovazione tecnologica vanno proprio in questa direzione".
E guardando al futuro?
"Vorrei consolidare questo nuovo percorso professionale e continuare a dare un contributo alla crescita della cultura dell’architettura, della qualità del progetto e della sicurezza, sostenendo anche le realtà associative e le nuove generazioni di professionisti".

In conclusione, come è cambiata la figura dell’architetto secondo lei?
"Oggi l’architetto non è più soltanto autore di forme, ma un mediatore tra il progetto e la sua esecuzione, tra qualità dell’opera e sicurezza dei processi, tra competenza tecnica, formazione e responsabilità pubblica. La professione è cambiata molto e richiede competenze sempre più ampie. Il mio percorso, in fondo, racconta proprio questo: un modo di fare l’architetto che tiene insieme cantiere e istituzioni, prevenzione e cultura del progetto, esperienza e volontà di trasmetterla. Perché oggi progettare significa anche costruire relazioni, opportunità e futuro, soprattutto per le nuove generazioni".



























