/ Eventi

Che tempo fa

Eventi | 13 marzo 2012, 10:31

Intervista semiseria ai Trelilu, che festeggiano 20 anni di spassosissima carriera

Sono orgogliosi di salire sul palco del teatro Erba di Torino ma la loro anima, confidano, è altrove

“Ci abbiamo messo vent’anni per fare sessanta chilometri!” commenta Bertu, parlando del prossimo spettacolo “Fioca pereffe” che vedrà il gruppo di musicisti e cabarettisti piemontesi calcare il palco del teatro Erba di Torino dal 15 al 20 marzo. “Ma di strada ne abbiamo fatta: siamo passati dai tamagnoni ai teatri bene di Torino. Però non ci sentiamo troppo diversi da allora, quando lo spettacolo si faceva nei campi, in cambio di una buona mangiata e una bottiglia di vino. Una volta, durante lo spettacolo, è perfino scappato un maiale e lo hanno rincorso tra il pubblico…”

“Vent’anni di convivenza sono come un matrimonio, bisogna avere tanta pazienza - spiegano - Ormai ci conosciamo bene: Pippo (Filippo Bessone, voce) che nella vita fa il ferroviere, arriva sempre mezz’ora prima, Peru (Piero Ponzo, clarinetto), arriva sempre mezz’ora dopo (quando arriva!), Bertu (Roberto Bella, chitarra) ha sempre fretta e Franco (Francesco Bertone, contrabbasso) vuole fare tutto con calma…”.


Perché avete scelto di cantare in piemontese?

"Il piemontese ci permette di pescare nel profondo, nell’essere diversi da come siamo quando parliamo italiano. Il dialetto, che da ragazzi poteva farci quasi imbarazzare, oggi invece diventa motivo di orgoglio e espressione diretta, senza filtri, di ciò che sentiamo. Ci sono termini dialettali intraducibili, che rendono perfettamente uno stato d’animo o un’impressione. In quell’intraducibilità sta la natura di ognuno di noi, il nostro legame con il passato e con questi posti. Siamo felici di poter essere un veicolo per far conoscere ai giovani parole di altri tempi. Il più bel complimento che abbiamo ricevuto? Quando un ragazzo ci ha detto: 'Da quando vi ascolto non mi vergogno più di parlare piemontese'".

Cosa ricordate degli inizi?

Pippo: “L’idea era quella di andare a raccontare due balle nelle piole, di farci uscire cena e poco di più. Tra l’altro, ringraziamo tutti i ristoratori, le proloco, i circoli che ci hanno fatto mangiare e bere così bene. Anni e anni di cene e bevute a sbafo, sempre di grande qualità, che da sole sarebbero valse la fatica.”

Bertu: “Quasi sempre. Qualche volta ci hanno rifilato delle vinapule imbevibili… Che poi tutti prima del concerto mangiano pochissimo, noi invece saliamo sul palco belli imballati… salame, capocollo, salsicce e risotto ai porri, altro che Jovanotti che si beve un frappé di proteine.”

Altri retroscena del preconcerto?

"La parte più divertente sono sempre i camerini: ci siamo cambiati ovunque. In un’officina meccanica, con i vestiti appesi alle auto, nei bagni più impossibili e nelle camere da letto di decine di sconosciuti. Quando partiamo con la domanda “Duva anduma a cambiese?” abbiamo sempre un certo timore".

Che cosa è cambiato negli anni?

Ora c’è più complicità tra noi, più pazienza, abbiamo iniziato a sopportarci. Ormai conosciamo caratteristiche e manie di ognuno. La scaletta viene da sola, anzi non serve proprio più. Improvvisiamo molto sul palco, sul fronte musicale e con i nostri battibecchi, e forse questa è la chiave per non stancarsi mai. L’importante è calarsi davvero nei personaggi, questi lilu un po’ anni settanta come stile,un po’ demodé, sempre stupiti e curiosi dalla realtà – e dell’attualità - che però traducono con il loro (strambo) punto di vista".

Come fate a capire se la gente si diverte davvero?

"Fissiamo sempre quello serio, che non sorride mai. Ecco, la sfida è far divertire quello lì. E’ la nostra cartina di tornasole. Il rapporto che si crea con il pubblico è un’alchimia magica, non si sa mai che cosa possa succedere. A volte ridono già quando saliamo sul palco. Così, sulla fiducia".

Qualcosa di cui siete orgogliosi?

"Le strepitose collaborazioni con la filarmonica Il Risveglio e con la Banda Osiris".

Osannati dalla critica, perfino da Aldo Grasso, davvero non rimpiangete di non avere fatto il salto nazionale?

"Ce lo siamo chiesti spesso. La risposta è che la nostra natura è popolare, dialettale, abbandonando il piemontese avremmo perso i nostri personaggi, le nostre storie. D’altro canto utilizzando il dialetto, per essere conosciuti fuori, bisogna puntare tutto sulla musica e così facendo si sarebbe persa la parte più importante, le parole che ci raccontano. Quando ci chiamano in giro però partecipiamo entusiasti: abbiamo esportato il nostro repertorio italiacano in  Toscana, in Francia, in Spagna. Se aggiungiamo ritmo ai nostri pezzi, la gente balla, eccome se balla! Più che verso all’esterno, in realtà, puntiamo alla conquista del Piemonte: a Cuneo, per dire, non abbiamo mai suonato per il Comune. Un po’ ci dispiace: è la capitale della nostra terra. Quella che cantiamo da sempre….

Speriamo che succeda, presto. Dalla festa di paese ai teatri di Torino, che cosa è cambiato?

"In teatro si può apprezzare meglio la parte musicale, i silenzi, certe raffinatezze stilistiche. Ma la nostra anima, in verità, è rimasta sul tamagnone".

Come sarete tra vent’anni?

"Magari canteremo sulle basi o addirittura in playback… Chissà. Una cosa è certa: fin da ora raccogliamo adesioni per farci da spalla. Per portare la bara, intendiamo. Essendo solo in quattro, ce ne manca uno".  

Sara Matteodo

TI RICORDI COSA È SUCCESSO L’ANNO SCORSO A MARZO?
Ascolta il podcast con le notizie da non dimenticare

Ascolta "Un anno di notizie da non dimenticare 2025" su Spreaker.
Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore|Premium