Lo scorso 2 aprile si è svolto a Mondovì un prestigioso e significativo convegno in commemorazione della Grande Guerra, fortemente voluto e organizzato dall’Associazione Nazionale Alpini di Mondovì, in collaborazione con l’Istituto superiore “Cigna Baruffi Garelli” e con il patrocinio del Comune.
Un gruppo di qualificati relatori ha tracciato, nell’arco di una mattinata, un vivo e intenso affresco della Grande guerra, per seminare nelle menti e nei cuori degli studenti dell’ultimo anno, radunati nell’aula magna della scuola, una memoria tenace, affinché il sacrificio di tanti giovani loro coetanei sui fronti alpini del tragico conflitto non sia chiuso nelle pagine dei libri sul secolo scorso, ma alimenti slancio e impegno nella mai conclusa costruzione di una società pacifica e democratica.
In apertura, i saluti del Dirigente scolastico, dottor Giacomo Melino, e quello del Sindaco, dottor Stefano Viglione, sono stati seguiti dalla presentazione dell’intensa attività promossa dall’Ana monregalese per commemorare il centenario.
Il Presidente dell’associazione, Gianpiero Gazzano, ha ricordato le molteplici iniziative realizzate, tra cui l’inaugurazione del museo storico Primo Reggimento Alpini, ma, soprattutto, ha voluto sottolineare la fattiva e prolungata collaborazione con l’Istituto Cigna, attraverso la quale quest’anno, oltre alla realizzazione del Convegno, l’Ana di Mondovì darà modo agli alunni di due classi del triennio liceale e tecnico di visitare i luoghi della guerra. Le professoresse Margherita Genesio – coordinatrice del convegno – e Serena Disconzi, docenti di Lettere e Storia, hanno quindi illustrato gli obiettivi didattici dell’attività e il lavoro di ricerca svolto dagli studenti.
Attraverso l’analisi del materiale documentario messo a disposizione della scuola dalla signora Franca Vigna, o reperito dagli allievi stessi nell’ambito delle proprie famiglie, i ragazzi hanno capito cosa significa misurarsi con le fonti dirette. “La storia può essere molto arida” ha detto la professoressa Disconzi “Dentro la storia, fare memoria significa ricordare le persone, essere consapevoli che dietro i numeri ci sono sempre degli individui.”
E la memoria, nel corso del convegno, si è fatta presenza viva attraverso alcune lettere di giovani cuneesi al fronte cui gli studenti hanno prestato il loro volto e la loro voce, con suggestive letture che hanno intervallato gli interventi dei relatori.
È toccato al colonnello Antonio Zerrillo, del Comando Regione Militare Nord e capo progetto “Commemorazione della Grande guerra”, aprire la parte storica del Convegno, richiamando i presenti alla cura gelosa della memoria: “Oggi l’invasione del presente ci fa perdere la consapevolezza che persone sono esistite prima di noi e altre esisteranno.” Chi ha sostenuto l’esame di Stato nel 1916 – i pochi che allora potevano permettersi un’istruzione – sapeva che di lì a pochi mesi sarebbe stato al fronte, responsabile di un gruppo di soldati e delle loro vite. E già la guerra mondiale si era rivelata nella sua atrocità. Una circostanza su cui riflettere, quando l’oggi ci sembra irto di difficoltà. Il dovere della memoria e il ruolo delle donne nella storia della guerra sono stati al centro dell’intervento incisivo e coinvolgente del colonnello. Accennando ad alcune figure femminili di primo piano tra fine XIX e inizio XX secolo (Anita Garibaldi, Sofia di Baviera, le donne impegnate, per la prima volta, sulla nave ospedale Melfi durante la guerra di Libia), Zerrillo ha ricordato la partecipazione femminile al contrasto tra interventisti e neutralisti prima dell’ingresso dell’Italia in guerra e l’essenziale ruolo svolto dalle donne negli anni del conflitto, quando rimpiazzarono gli uomini al fronte nell’attività economica, anche nelle mansioni più faticose o più qualificate.
E poi le donne al fronte: Stefania Turr, prima corrispondente di guerra; Luisa Zeni, agente segreto e poi crocerossina; le migliaia di donne che garantirono assistenza a feriti e morenti, tra cui Ina Battistella, che aprì il fuoco per difendere i feriti del suo ospedale. Donne di alto livello sociale ed economico, ma anche donne del popolo, come le straordinarie portatrici carniche, che garantivano i rifornimenti ai soldati in vetta. Quel tragico conflitto fu un momento culminante della storia nazionale. Gli italiani si conobbero e si riconobbero. Specialmente in fanteria. Ed è sulla capacità di tener vivo il ricordo di quelle migliaia di giovani vite che si gioca il presente e il futuro del nostro Paese.
Lo storico Gerardo Unia ha ricostruito con sintesi chiara, anche attraverso immagini e grafici, lo svolgersi generale del conflitto mondiale, per poi concentrare lo sguardo sui costi umani che la provincia di Cuneo ha pagato all’ ”inutile strage”. Ha illustrato, infatti, i risultati di un’impegnativa ricerca sui morti cuneesi del conflitto, da lui condotta a partire dal 2005. Complessivamente, durante la prima guerra mondiale furono 12.256 le vittime della provincia, ma, se si comprendono nel conteggio anche i residenti non cuneesi, il numero dei morti sale a 13.277. I mutilati furono, in tutto, 3036. Gli anni di guerra che chiesero un più alto contributo di sangue furono il 1917 (3329) e il 1918 (3799).
Se nel territorio cuneese il dato medio dei morti rispetto alla popolazione provinciale è di 1,82%, due aree della provincia segnano una percentuale mediamente più elevata: la zona delle alte Alpi (2,19%) e quella dell’alta Langa (2,02%): furono dunque le aree più povere a pagare il maggior tributo di vite. Il Comune con maggiori perdite in rapporto alla popolazione è stato Alma (oggi aggregato a Macra) in Val Maira.
Il primo caduto cuneese al fronte fu Giovanni Battista Desmero, classe 1891, macellaio di Demonte, morto in Carnia, per ferite riportate in combattimento, il 24 maggio 1915, primo giorno di guerra per l’Italia. Dopo di lui, tanti Giuseppe, Giovanni, Pietro, Antonio, Giacomo… come si chiamavano, in prevalenza, gli uomini cuneesi caduti in guerra. Tra loro la più giovane vittima: Pietro Taricco, di Busca, operaio militarizzato morto a neppure 17 anni, il 29 ottobre del 1918. E Cesare Vittorio Dalmastro, tenente generale di Saluzzo, morto nel gennaio del 1918 a 58 anni, il caduto più anziano della provincia.
L’unica donna annoverata tra i caduti è la crocerossina Lucia Garelli di Morozzo, classe 1879, deceduta nell’agosto del 1917.
Ventisei classi di leva andarono al fronte: padri e figli combattevano nelle stesse trincee e spettò ai ventenni il triste primato dei caduti. Cause prevalenti di morte furono ferite in combattimento e malattia (tragica la cosiddetta “spagnola”, che fece strage nell’inverno del ’18). I monregalesi morti in guerra furono 273 (1,37% della popolazione), mentre le vittime complessive delle vallate monregalesi 663 (2,05% della popolazione). Fanteria e Alpini i corpi militari con il maggior numero di caduti.
Attilio Iannielllo ha descritto con efficacia lo sguardo della comunità monregalese sulla guerra, a partire dal voto con cui il consiglio comunale cittadino approvò all’unanimità, nell’agosto 1914, l’ordine del giorno proposto dal consigliere Gallizio: “in cui fa voti che l’Italia mantenga nella presente grave conflagrazione europea la sua neutralità”. Due giorni dopo, anche “La Gazzetta di Mondovì” pubblicava un editoriale schierato a favore del non ingresso in guerra. Nel 1915, però, si registrarono in città fermenti interventisti. Il settimanale locale, il 15 maggio, diede notizia di un corteo di studenti a favore dell’intervento in guerra, sceso da Piazza verso la città bassa. Fischi e intemperanze accompagnarono la manifestazione, su cui vigilava la forza pubblica. Si confermò ancora l’orientamento neutralista della cittadinanza, che fu poi, tuttavia, compatta nel sostenere l’Italia dopo la dichiarazione di guerra.
Nei dintorni rurali le notizie di guerra vennero accolte con viva preoccupazione. Nell’estate del 1914, il bollettino del Comizio Agrario locale definì la guerra “una grande bufera”. Il presidente, Umberto Cordero di Montezemolo, nell'autunno dello stesso anno, espresse all'assemblea dei soci le sue inquietudini circa il rifornimento del grano. Con ansia si guardava anche al rientro dei lavoratori emigrati in Francia (873 uomini e 400 donne): dove collocarli? Montezemolo, di lì a poco, partì per la guerra. Ma, nei documenti del Comizio, non mancò di sottolineare che non si era pensato ai rifornimenti di guerra.
In seguito, fu il Direttore Alessandro Gioda che si preoccupò di organizzare la sopravvivenza delle aziende agricole del monregalese. Cercò di avere l'aiuto di operai dalle fabbriche locali, costrette a rallentare i ritmi di produzione, ma gli industriali fecero mancare il loro sostegno. Si impegnò per rendere razionali le incette per guerra e si fece promotore di una raccolta di firme per chiedere l’istituzione di un premio per le donne che lavoravano e sostenevano l'agricoltura di guerra. La proposta fu accolta e l’11 novembre del 1917 si svolse in città la prima premiazione. Rosa Maria Calleri, sulle colonne della “Gazzetta”, ne scrisse, ma l'attenzione nazionale era catalizzata da Caporetto.
Ancora oggi, negli archivi del comizio agrario, si ritrovano più di cento profili di donne premiate - in quello e negli anni successivi - per il coraggio, la determinazione e l’abilità con cui seppero portare avanti il lavoro nelle cascine private di braccia maschili. E, sempre nel 1917, il Comizio agrario e la Diocesi di Mondovì avviarono una collaborazione per realizzare nel territorio di Mondovì una colonia agricola, progetto impegnativo che si concretizzò finalmente il 27 dicembre 1920, quando fu inaugurata ufficialmente, nei locali del Cottolengo a Mondovì Carassone, la Colonia agricola pro orfani di guerra.
Intanto oltre 13.000 persone emigravano dal monregalese impoverito dalla guerra in cerca di lavoro.
















