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Attualità | 13 febbraio 2026, 19:15

Cuneo, sempre più vetrine spente: il commercio di prossimità arretra e la città si interroga sul futuro

Tra affitti alti, mancanza di ricambio generazionale e concorrenza delle grandi catene, crescono i locali sfitti. Confcommercio propone un tavolo permanente con enti locali per contrastare la desertificazione commerciale e rilanciare i quartieri

Cuneo, sempre più vetrine spente: il commercio di prossimità arretra e la città si interroga sul futuro

Non solo nei piccoli paesi, dove fatica a sopravvivere anche la bottega che vende generi alimentari. Ormai anche le grandi vie cittadine, quelle dello shopping, sono un susseguirsi di vetrine vuote e buie.

A Cuneo, basta fare una passeggiata in via Roma o in corso Nizza per rendersene conto. 

Reggono i colossi del fast fashion, le catene internazionali e poco altro. 

Per il resto, tanti locali sfitti, con i cartelli Vendesi o Affittasi. Alcuni riaprono rapidamente, in un turn over sostenuto, altri restano vuoti per anni. Da un lato le attività non ce la fanno a reggere i costi, a partire dagli affitti, dall'altro non c'è ricambio generazionale. 

Il commercio di prossimità soffre. E soffrono le città. Perché la mancanza di negozi si traduce in incuria, degrado e insicurezza, soprattutto nelle aree più periferiche.  

Secondo le ultime stime dell’Ufficio Studi di Confcommercio, tra il 2012 e il 2023 in Italia sono sparite oltre 135 mila attività commerciali tra negozi al dettaglio e commercio ambulante. 

Per contrastare questo fenomeno servono progetti di riqualificazione e rigenerazione urbana.

Lo sa bene Confcommercio provincia di Cuneo, che nelle scorse settimane ha presentato le azioni che intende mettere in campo per arginare un fenomeno inarrestabile e forse irreversibile. 

Le idee ci sono. Fondamentale il confronto costante con gli enti locali. 

La proposta è quella di creare un tavolo permanente con Provincia, Comuni più grandi e unioni dei Comuni per affrontare temi quali i regolamenti comunali sul commercio, l'accessibilità, la mobilità e i parcheggi, il contrasto alla desertificazione commerciale, la fiscalità locale, la grande distribuzione e i mercati. 

Tra le finalità dichiarate, quella di indirizzare le politiche urbane e territoriali a moltiplicare le iniziative di sviluppo delle economie di prossimità, per contrastare la desertificazione commerciale attraverso una nuova visione delle città. 

In questa visione non può mancare il recupero dei negozi sfitti e degli immobili urbani dismessi, con il coinvolgimento delle amministrazioni, ma anche dei cittadini e degli imprenditori. 

Ma cosa può fare davvero un Comune? Può forse obbligare il proprietario dei muri di un negozio ad abbassare l'affitto? No, non può farlo. 

Tuttavia, non è completamente disarmato. 

Negli ultimi anni i Comuni hanno messo in campo strumenti fiscali, urbanistici e progettuali per tentare di invertire la rotta.

Una delle prime leve è quella economica. Molte amministrazioni prevedono riduzioni della TARI, contributi a fondo perduto per nuove aperture, incentivi per under 35 o per attività innovative. 

In alcuni casi si interviene anche sull’IMU per i proprietari che affittano a canoni calmierati, favorendo l’incontro tra domanda e offerta.

L’obiettivo è doppio: rendere più agevole l'avvio di un’attività e ridurre il numero di locali che restano sfitti per mesi o anni.

Un negozio riapre più facilmente se la strada è attrattiva. Per questo molte città puntano su arredo urbano, illuminazione, pedonalizzazioni e verde pubblico:  la rigenerazione degli spazi diventa così uno strumento di politica commerciale.

A Milano, ad esempio, l’amministrazione ha legato i programmi di rigenerazione urbana al sostegno alle botteghe di vicinato, favorendo l’insediamento di attività artigianali e di prossimità in quartieri oggetto di riqualificazione.

Va esattamente in questa direzione il progetto Cities, che Confcommercio ha lanciato a livello nazionale e che punta al rilancio del Paese a partire dalle città, promuovendo e sostenendo politiche urbane e territoriali in grado di migliorare l’ambiente urbano e la vita dei cittadini e favorire iniziative per lo sviluppo delle attività economiche locali.

In alcune realtà si è scelto di intervenire con norme mirate. A Venezia, il Comune ha introdotto limitazioni su determinate categorie merceologiche nel centro storico per evitare una monocultura legata al turismo mordi e fuggi e preservare un tessuto commerciale utile ai residenti.

Ci sono poi i bandi pubblici. La Città metropolitana di Bologna ha promosso l’iniziativa “Vetrine vuote diventano impresa”, invitando aspiranti imprenditori a presentare proposte per riattivare locali sfitti nei centri storici dell’area metropolitana.

Non si tratta solo di assegnare contributi, ma di accompagnare le nuove attività con percorsi di tutoraggio e rete, creando un ecosistema favorevole.

Sempre più diffusi sono anche i contratti di utilizzo temporaneo, che consentono di testare un’idea imprenditoriale senza impegnarsi in affitti onerosi a lungo termine. In questo modo una vetrina chiusa può tornare a vivere, anche solo per alcuni mesi, evitando il degrado visivo e stimolando nuove opportunità.

Il fenomeno delle vetrine vuote è complesso e legato a dinamiche strutturali. Eppure, lo si vede in alcune città, le amministrazioni locali possono incidere.

Il Comune di Cuneo ha più volte riconosciuto il problema delle vetrine e dei negozi vuoti. L'assessore al Commercio Luca Serale si è reso disponibile ad un confronto con le associazioni, tra le quali Confcommercio, per provare ad arginare la situazione. Confronto già iniziato grazie a momenti di confronto pubblici in eventi come il convegno "Vuoti commerciali, da problema a opportunità". 

Al momento non sono state messe in campo azioni concrete per la riapertura dei locali sfitti, ma si stanno costruendo reti di dialogo, analisi di dati e strumenti di rigenerazione urbana per poter agire nel prossimo futuro. 

Perché riaccendere una vetrina non significa soltanto riaprire un negozio. Significa restituire presidio, relazione, identità.

Barbara Simonelli

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