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Attualità | 23 luglio 2022, 07:26

Santa Croce di Cuneo, 5 minuti per la visita: è il tempo corretto per una serena valutazione neurochirurgica?

Esperienza diretta: quasi due mesi di attesa tra risonanza magnetica (eseguita in una struttura privata) e prenotazione (urgente) si risolvono in una manciata di minuti. L'ospedale cittadino è ancora un'eccellenza?

L'ospedale Santa Croce di Cuneo

L'ospedale Santa Croce di Cuneo

Negli ultimi tempi la politica cuneese s’interroga insistentemente su quanto sia ancora un’eccellenza il nostro ospedale cittadino.

Le opposizioni parlano di "defraudamento del Santa Croce", mentre la neo sindaca, Patrizia Manassero, ha fatto sapere che è sua intenzione incontrare personalmente al più presto i vertici regionali per capire le reali intenzioni della Giunta piemontese circa la realizzazione della nuova struttura.

Personalmente ho dovuto più volte ricorrere alle cure dei medici del Santa Croce, anche per episodi importanti, e ho sempre trovato grandissima competenza della quale ho dato atto anche pubblicamente.

Ma il compito di un giornalista è quello di raccontare i fatti come avvengono, anche quando possono apparire fastidiosi. E quello vissuto stavolta non penso possa essere preso da esempio per rimarcare l’eccellenza dell’ospedale di Cuneo.

Subito una premessa: l'articolo non vuole assolutamente rivestire una connotazione "giustizialista" nei confronti di chicchessia, nè tantomeno essere letto come richiesta di trattamento personale particolare. Bensì, semplice constatazione di fatti.

Partiamo da lontano. Da mesi sono afflitto da dolori alla schiena ed alla gamba destra, la classica sciatalgia, insomma, della quale milioni persone soffrono. Ma il dolore nel tempo aumenta, ed è tanto forte che dopo aver provato ogni antinfiammatorio, sotto consiglio del medico di base e del fisioterapista, decido di effettuare una risonanza magnetica per accertamenti più approfonditi.

E qui arriva il primo intoppo: i tempi di attesa per questo esame in ospedale prevedono alcuni mesi. Non è una novità, quindi cerco posto in una struttura privata del circondario e, dopo un paio di settimane, eseguo la risonanza. Che evidenzia una protrusione, ipertrofia artrosica e avanzata disidratazione discale.

A questo punto, sia il medico di famiglia, sia il fisioterapista asseriscono che è necessario il parere di un neurochirurgo.

Secondo intoppo: siamo alla fine di giugno e per prenotare la visita neurochirurgica in intramoenia dal mio neurochirurgo di fiducia (al Carle) debbo aspettare ad inizio ottobre. Sono bloccato, non riesco più a piegarmi, opto quindi, con impegnativa urgente, di tentare la prenotazione presso l’ospedale cittadino. Primo posto libero il 22 luglio: neppure troppo avanti.

A giorni alterni i dolori aumentano o diminuiscono, ma ecco arrivato il gran giorno. Con tutta la documentazione del caso (terapie assunte, risonanza, malattie pregresse) mi presento all’appuntamento previsto per le 10. Nessuna coda, zero attesa: alle 10,02 entro in ambulatorio dove ad attendermi c’è un medico che mi chiede: “Cosa la porta qui?”. Cerco di spiegare i miei problemi facendo subito presente di avere con me l’esito della risonanza magnetica effettuata. Un’occhiata alla cartellina: “Proprio lì la doveva fare?”.

Spiego che se avessi dovuto aspettare i tempi del pubblico avrei atteso mesi. La risposta: “Così rischia di rifarne un’altra”. Il medico legge il dischetto, poi mi fa stendere sul lettino: un paio di passaggi con le dita sul corpo per capire la mia sensibilità al tatto, alzi e abbassi le gambe e… voilà, la visita è finita!

Che debbo fare? Sa nuotare? Vada in piscina, oppure faccia qualche seduta dal fisioterapista. E se le fa male paracetamolo ed ibuprofene”. In parole povere una bella tachipirina (che non fa mai male) e qualche compressa di Brufen.

Sono passati 5 minuti dal mio ingresso: alle 10,07 sono già nel corridoio che porta verso l’uscita.

Non ho alcuna competenza medica per asserire se una manciata di minuti siano sufficienti per, nell'ordine: farsi spiegare una diagnosi, leggere il dischetto di una risonanza magnetica, fare una visita (?!) e scrivere un referto.

Probabilmente sì, ma il dubbio che sia stato fatto tutto un po’ troppo di fretta resta.

Cesare Mandrile

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